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SCUOLA/ Si può ancora salvare dall'intreccio malato di politica, funzionari e sindacati?

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Intitolato "Acqua alle funi", sottotitolo "Per una ripartenza della scuola italiana", edito da Vita&Pensiero, il libro di Mario Giacomo Dutto è diviso in due parti: "Il coraggio della ragione", nella quale sono evidenziate soprattutto le insufficienze, le magagne, gli errori del sistema educativo nazionale; nella seconda parte "Il coraggio dell'azione", prevale la dimensione propositiva e progettuale. Conclude il libro "Una grammatica per la ripartenza". 

Il titolo richiede una spiegazione, che l'Autore stesso fornisce. "Acqua alle funi!" fu il grido che lanciò un operaio di nome Bresca in quel 30 aprile 1586, quando fu innalzato in Piazza San Pietro l'obelisco egiziano, proveniente secondo Plinio da Heliopolis, oggi periferia del Cairo. Dei tredici obelischi di Roma, è l'unico mai caduto. Poiché la potente trazione esercitata sui canapi rischiava di incendiarli e di far crollare l'intero marchingegno messo in piedi per il difficoltoso sollevamento, il tempestivo grido di allarme, ad onta del divieto assoluto di parlare, impedì la rottura catastrofica delle funi. Trasponendo il grido nel presente, "l'operaio" Dutto intende soltanto dire che è possibile evitare il collasso del sistema educativo nazionale, se si attivano determinate condizioni. Non certo quella del silenzio. Una caratteristica positiva del libro è, in effetti, l'informazione esauriente sull'abbondante "letteratura critica della scuola" italiana ed internazionale. 

La chiave di lettura del suo percorso analitico e propositivo sta nascosta nel capitoletto finale: "Una grammatica per la ripartenza". Nonostante l'antico appello del 1914 di Giuseppe Papini a chiudere le scuole, citato da Dutto, una scuola e una classe ci saranno sempre: "la disattenzione, la contrazione delle risorse finanziarie e l'inconcludenza dei progetti politici hanno creato difficoltà, ma non ne hanno scalfito la solidità". Pertanto "Acqua alle funi non significa modificare l'impianto, sostituirne le impalcature o ripartire da capo, ma semplicemente raccogliere un suggerimento per spingere il colosso di pietra nella giusta direzione". 

In questa prospettiva viene fortemente recuperato il ruolo della burocrazia scolastica, di cui tuttavia non si parla benissimo lungo tutto il libro; anzi, "non sembra avere un titolo per una politica diversa" da quella che fin qui ha condotto. "Eppure probabilmente solo chi ha avuto le mani in pasta in un regime così contorto, intrecciato e complesso possiede le chiavi, in termini di conoscenze e tecnicalità, necessarie per smontarlo e sostituirlo con un meccanismo di nuovo conio". Tutta l'ampia descrizione fenomenologica, in cui si alternano rilievi critici, puntualizzazione del malessere di scuola, suggerimenti di rimedi leggibili in filigrana, sotto la scorza delle critiche, si muove dentro questi binari di un sostanziale ottimismo riformistico. Conta moltissimo, in questa interpretazione, la vicenda personale dell'autore, passato dal campo di battaglia della scuola militante a quello dell'amministrazione, in cui ha svolto ruoli di direttore generale, continuando a svolgere attività accademica e di ricerca in stretta interazione con la pratica educativa, consapevole che "l'educazione migliora la mente e una mente ben formata migliora l'educazione".



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