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SCUOLA/ Bes, il “metodo” di Don Milani batte ogni direttiva

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Proprio in quest’ultimo passaggio si cela, a mio parere, un’intuizione di assoluta novità: parlare infatti di didattica inclusiva e non più di didattica speciale ci segnala che il legislatore ha scelto di strutturare la normativa tesa a regolamentare il buon funzionamento della scuola, non innanzitutto a partire dal deficit dell’alunno, deficit peraltro certificato, ma in base a un criterio che consenta uno sguardo all’alunno da una prospettiva globale. È a questo punto che nel testo della Direttiva viene introdotta e ampiamente dettagliata, mediante l’attivazione dei CTS (Centri Territoriali di Supporto), l’Organizzazione territoriale finalizzata alla realizzazione proprio dell’inclusione scolastica.

Non è questa la sede per inoltrarsi nella complessa e articolata struttura di queste “agenzie” e della loro funzione. Mi limiterò a dire che compito specifico dei CTS sarà quello di: “informare”, “formare” oltre che fornire “consulenza” riguardo all’individuazione di più appropriati ausili per l’alunno in difficoltà e alle “modalità didattiche” di intervento. Ma c’è di più: la Direttiva si spinge fino a regolamentare la gestione stessa degli ausili e il comodato d’uso (cfr. par. 2.2.3.) Insomma, a leggere il seguito del testo, si potrebbe pensare di trovarsi a svolgere tali “buone pratiche e attività di ricerca e sperimentazione” in un Paese come la Svezia o la Danimarca (almeno per quello che di tali paesi ci viene raccontato). Io, che insegno in un Istituto Comprensivo dell’hinterland milanese e che da ormai due anni non posso più fare fotocopie, a eccezione di quelle predisposte per le verifiche, non dispongo più di risme di carta per stampare qualsivoglia lavoro destinato alla classe, che nei mesi invernali devo insegnare con il cappotto perché di frequente si rompe la caldaia e mancano i fondi per ripararla, (ma non voglio cedere alla tentazione di prolungare il mio Cahier de doléance). Io che, in questi tempi di crisi globale, mi sono vista “tagliare” buona parte delle risorse umane e di conseguenza mi sono vista ridurre - voglio augurarmi non grazie alla recente normativa sui BES - le ore destinate al sostegno per alunni disabili, io che ho dovuto rinunciare alla didattica a piccolo gruppo, alla didattica laboratoriale, agli spazi di copresenza che, nella scuola secondaria di primo grado, costituiscono una indubbia risorsa ai fini di una “didattica inclusiva”… Proprio io, dovrei confidare nel fatto che “ogni anno il CTS del mio distretto scolastico riceve i fondi dal MIUR per il proprio buon funzionamento”? (Cfr. Direttiva cit. al par. 2.2.5-2.2.6) E quand’anche ciò si dovesse realizzare in un ipotetico anno di questo terzo millennio, siamo proprio sicuri che “consegnare” a una struttura esterna alla scuola il nesso, nella pratica, è infatti tutto da verificare - consentirebbe di favorire quella “didattica inclusiva” che il testo della Direttiva invoca e auspica?



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