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SCUOLA/ Bes, il “metodo” di Don Milani batte ogni direttiva

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Sono più propensa a credere che sia ancora una volta la responsabilità e la coscienza di tutto il personale della scuola in stretto rapporto con le famiglie dei ragazzi a prendersi in carico (come finora è stato) la nuova e interessante sfida lanciata comunque dalla recente normativa. Mi permetto questa puntualizzazione anche in forza della mia personale esperienza di didattica “inclusiva” nella scuola statale dove insegno. Un esempio per tutti: due alunni in entrata (entrambi prima media), di provenienza Maghrebina, primaria frequentata in Italia. L’uno DSA severo, con gravi disturbi del linguaggio; l’altro con un ritardo mentale e disturbi del comportamento: entrambi affiancati dal docente di sostegno, ma innanzitutto presi in carico dall’intero Consiglio di classe. Seguiti con lavoro quotidiano e paziente, accompagnati nel proprio percorso individualizzato, favoriti nello sviluppo delle proprie capacità, dei propri talenti tutti da scoprire e da spendere per acquistare serenità, sicurezza e perché no, baldanza!

A settembre me li ritroverò sui banchi della seconda… Durante questo primo anno di scuola media si sono “sganciati” dalla struttura convenzionata che li aveva in carico durante il ciclo della primaria: hanno cominciato a camminare… da soli! E non per modo di dire… Lascio dunque aperta la questione e concludo davvero facendo riferimento a “uno” che in Italia, già negli anni ’50, sperimentò, patendola sulla propria pelle e senza disporre di alcuna normativa, la didattica inclusiva: «Per don Milani schierarsi dalla parte dei ragazzi più deboli comporta che la scuola li ami di un amore capace di intuire le loro potenzialità recondite e inespresse. Un amore che porta l’educatore a scommettere nelle possibilità ancora inespresse dei ragazzi meno capaci e più deboli.[…] Così il maestro non è colui che tenta di modellare l’allievo a sua immagine e somiglianza, ma chi si sforza di “indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in modo confuso”». (M. Lancisi, Don Milani - La vita, ed. Piemme, maggio 2013, pp.168-169).

Nella migliore prospettiva l’organizzazione è il riconoscimento di un valore; se tuttavia il valore affermato rimane “sconnesso” dalla struttura organizzativa che da esso dovrebbe conseguire, si può star certi che tale organizzazione faticherà a funzionare e poco inciderà nel tessuto sociale che dovrebbe fruirne e per il quale è stata realizzata.

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