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EDITH STEIN/ La "rivoluzione" del realismo che va portata nelle scuole

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Questa la rivoluzione di Edith Stein, mentre tutto il pensiero vuole autoaffermarsi, riducendo le cose a come le percepiamo, lei ha avvertito che la strada su cui ci porta la coscienza è la realtà. Più stiamo alla coscienza, più dobbiamo ammettere che dipende dalla realtà, che vive e diventa grande per la realtà.

Il vero approdo della fenomenologia, quindi, non è l’idealismo, ma il realismo. Di questo siamo debitori a Edith Stein, di averci riportato alla realtà, e per questo dobbiamo trovarle lo spazio dovuto nei programmi di filosofia della nostra scuola. Tacere di lei è insegnare ai giovani una parzialità, non c’è solo Husserl ad avere fatto grande la fenomenologia, forse l’ha fatta ancor più grande Edith Stein!



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COMMENTI
12/08/2013 - Non si deve valutare un filosofo con tali schemi 2 (Teodosio Orlando)

Per Mereghetti, in sostanza, dato che l'opzione realistica rappresenta un'alternativa alla modernità segnata dal soggettivismo di Descartes, la Stein, che tale opzione difende, sarebbe preferibile al suo maestro che invece si sarebbe incagliato nelle secche dell'idealismo. Idealismo che anche nella forma kantiana non piace a Mereghetti, di cui ricordo anni fa un attacco poco obiettivo contro Kant. Ora, ognuno è libero di preferire i filosofi che vuole, ma Mereghetti darebbe prova di maggiore onestà intellettuale se dicesse che egli preferisce la Stein perché la ritiene più compatibile con il realismo di San Tommaso, che la filosofa cercò di conciliare con Husserl. Nulla di male, ma la storiografia filosofica non può ridursi ad apologetica ideologica. Un pensatore non va preferito a un altro perché realista piuttosto che realista, ma per la sua originalità e fecondità. Cosa che la Stein aveva senza il minimo dubbio, ma la sua impostazione rimane comunque debitrice a quella di Husserl. Inoltre, Mereghetti dà della nozione di intenzionalità un'interpretazione a dir poco riduttiva. Husserl con tale nozione riuscì esattamente ad andare oltre il realismo platonizzante di Frege, l'empirismo di Mill e Mach e l'idealismo trascendentale nella sua forma kantiana. Quindi dire che l'atto intenzionale della coscienza ci metterebbe di fronte a qualcosa che "viene prima della ragione e con cui essa deve fare i conti" può esser vero, purché non si riduca tale pensiero al realismo tomista.

 
12/08/2013 - Non si deve valutare un filosofo con tali schemi 1 (Teodosio Orlando)

Leggo quanto scrive il collega Mereghetti sul rapporto tra Husserl ed Edith Stein e sulla presunta sottovalutazione di quest'ultima nella scuola italiana e rimango allibito per vari motivi: 1) Non è affatto vero che ad Husserl nella scuola italiana venga prestata molta attenzione e ne venga invece riservata poca alla sua allieva Edith Stein. In realtà, entrambi sono generalmente assenti dai programmi di filosofia dell'ultimo anno di liceo, dato che la maggior parte dei miei colleghi preferisce seguire pedissequamente l'indice del manuale e spiegare autori ormai poco studiati a livello universitario, come Comte e Spencer, anziché i grandi autori del Novecento come Husserl o Wittgenstein (il Novecento viene ridotto a pillole liofilizzate di Freud e Bergson, di solito proposti in funzione "ancillare" per studiare meglio la letteratura italiana). 2) Dire che la Stein abbia lasciato nella storia del pensiero una prospettiva più "avvincente" (aggettivo che di solito si riserva a romanzi e a film piuttosto che a opere filosofiche, ma transeat) di Husserl è un'affermazione che potrebbe avere una sua validità, se adeguatamente argomentata. Ma Mereghetti si limita sostanzialmente a dire: Husserl ha dato al suo pensiero (preciso qui: a partire dalle Idee per una fenomenologia pura, del 1913) una svolta idealistica, mentre la Stein sarebbe rimasta fedele all'originario programma di tipo realistico della fenomenologia.