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EDITH STEIN/ La "rivoluzione" del realismo che va portata nelle scuole

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Carissimi amici del Sussidiario,

oggi è il giorno in cui si festeggia Santa Teresa Benedetta della Croce, una delle donne più significative del Novecento, vittima della brutalità nazista, ma segno dell’amore di Dio, capace di fare di due popoli uno solo, quello che Lui ha tratto in salvo dal male. Edith Stein, questo il nome e cognome di questa Santa, prima di dedicarsi totalmente a Dio, ebrea convertita al cattolicesimo, è stata tra le personalità di spicco della fenomenologia, allieva di Husserl, anche se nella traccia del suo maestro ha lasciato alla storia del pensiero una prospettiva più avvincente. E spiace che la scuola non se ne ricordi, spiace che mentre inchiostro e inchiostro sia giustamente versato per il padre della fenomenologia non ne sia altrettanto usato per la donna che è stata la più coerente e fedele pensatrice della natura stessa del pensiero fenomenologico.

Val la pena che una scossa venga data alla scuola italiana, perché si dia a Edith Stein il dovuto, che la si ricordi come una delle menti più geniali non solo del Novecento, ma di tutta la storia del pensiero. A che cosa le dobbiamo oggi essere debitori? Perché bisogna introdurla e a forza nei programmi di filosofia che spesso non la citano nemmeno? La ragione è molto semplice, ed è che la fenomenologia deve a Edith Stein la sua ancora di salvezza, che nemmeno Husserl trovò. Come ben si sa, e lo si insegna, Husserl porta la fenomenologia a un esito idealistico, e in questo senso è del tutto presente l’imprinting della modernità, quella concezione secondo la quale da Cartesio in poi la realtà è posta dalla ragione, è prodotto del pensiero.

Eppure la fenomenologia husseliana aveva in sé una possibilità di svolta radicale rispetto alla modernità, perché proprio l’atto intenzionale della coscienza porta a riconoscere che vi è qualcosa con cui la ragione deve fare i conti e che viene prima: la realtà. Ma Hussel non fu fedele a quello che aveva scoperto, cosa invece che fece Edith Stein, la quale colse che dall’affermazione della coscienza era ragionevole giungere alla realtà, all’affermazione della realtà. Per cui la fenomenologia era e doveva essere la filosofia della realtà, in quanto proprio dalla coscienza si deve trarre che può essere solo perché è coscienza di qualche cosa che la precede.



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COMMENTI
12/08/2013 - Non si deve valutare un filosofo con tali schemi 2 (Teodosio Orlando)

Per Mereghetti, in sostanza, dato che l'opzione realistica rappresenta un'alternativa alla modernità segnata dal soggettivismo di Descartes, la Stein, che tale opzione difende, sarebbe preferibile al suo maestro che invece si sarebbe incagliato nelle secche dell'idealismo. Idealismo che anche nella forma kantiana non piace a Mereghetti, di cui ricordo anni fa un attacco poco obiettivo contro Kant. Ora, ognuno è libero di preferire i filosofi che vuole, ma Mereghetti darebbe prova di maggiore onestà intellettuale se dicesse che egli preferisce la Stein perché la ritiene più compatibile con il realismo di San Tommaso, che la filosofa cercò di conciliare con Husserl. Nulla di male, ma la storiografia filosofica non può ridursi ad apologetica ideologica. Un pensatore non va preferito a un altro perché realista piuttosto che realista, ma per la sua originalità e fecondità. Cosa che la Stein aveva senza il minimo dubbio, ma la sua impostazione rimane comunque debitrice a quella di Husserl. Inoltre, Mereghetti dà della nozione di intenzionalità un'interpretazione a dir poco riduttiva. Husserl con tale nozione riuscì esattamente ad andare oltre il realismo platonizzante di Frege, l'empirismo di Mill e Mach e l'idealismo trascendentale nella sua forma kantiana. Quindi dire che l'atto intenzionale della coscienza ci metterebbe di fronte a qualcosa che "viene prima della ragione e con cui essa deve fare i conti" può esser vero, purché non si riduca tale pensiero al realismo tomista.

 
12/08/2013 - Non si deve valutare un filosofo con tali schemi 1 (Teodosio Orlando)

Leggo quanto scrive il collega Mereghetti sul rapporto tra Husserl ed Edith Stein e sulla presunta sottovalutazione di quest'ultima nella scuola italiana e rimango allibito per vari motivi: 1) Non è affatto vero che ad Husserl nella scuola italiana venga prestata molta attenzione e ne venga invece riservata poca alla sua allieva Edith Stein. In realtà, entrambi sono generalmente assenti dai programmi di filosofia dell'ultimo anno di liceo, dato che la maggior parte dei miei colleghi preferisce seguire pedissequamente l'indice del manuale e spiegare autori ormai poco studiati a livello universitario, come Comte e Spencer, anziché i grandi autori del Novecento come Husserl o Wittgenstein (il Novecento viene ridotto a pillole liofilizzate di Freud e Bergson, di solito proposti in funzione "ancillare" per studiare meglio la letteratura italiana). 2) Dire che la Stein abbia lasciato nella storia del pensiero una prospettiva più "avvincente" (aggettivo che di solito si riserva a romanzi e a film piuttosto che a opere filosofiche, ma transeat) di Husserl è un'affermazione che potrebbe avere una sua validità, se adeguatamente argomentata. Ma Mereghetti si limita sostanzialmente a dire: Husserl ha dato al suo pensiero (preciso qui: a partire dalle Idee per una fenomenologia pura, del 1913) una svolta idealistica, mentre la Stein sarebbe rimasta fedele all'originario programma di tipo realistico della fenomenologia.