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SCUOLA/ La "rivoluzione" in stile Jobs serve più al ministro o agli studenti?

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Il primo giorno di scuola in quasi tutte le Regioni anche quest'anno offre una rassegna di dichiarazioni di politici, opinionisti, assessori, ministri. Particolarmente attiva su questo fronte delle parole il ministro dell'istruzione Maria Chiara Carrozza. Un ministro consapevolmente precario, non per scelta, ma per evidenti ragioni di instabilità del quadro politico, tuttora fondate sulla vicenda Berlusconi.

Pertanto e inevitabilmente il ministro naviga a vista tra le necessità che il sistema di istruzione nazionale ripresenta puntualmente ogni anno alla ripresa, i bisogni che le nuove generazioni gettano sul tavolo della società e della politica, le rivendicazioni di stabilità di un ampio precariato docente, la delusione di molti docenti, che hanno vinto il concorso per entrare in ruolo senza che ci siano i posti, il fallimento di molti concorsi regionali per dirigenti (dalla Sicilia, all'Abruzzo, alla Toscana, alla Lombardia) con conseguente sistematico ricorso alle reggenze (in Lombardia circa la metà delle circa 1500 scuole statali), le difficoltà delle scuole paritarie di stare a galla, nutrendosi dei fichi secchi che solo annualmente lo Stato decide di fornire, i problemi drammatici dell'integrazione di più di 700mila ragazzi extracomunitari, di cui la metà è nata in Italia e parla la nostra lingua. 

Il ministro ha esordito, in stile Steve Jobs, invitando gli studenti ad essere ribelli e a muoversi per cambiare il mondo e il Paese. In effetti, le giovani generazioni sono la forza motrice del cambiamento. Benché il ministro, che ricorda di aver partecipato, in seconda fila, al Movimento della Pantera dell'anno 1989-90, insorto contro uno dei pochi ministri riformisti e competenti dell'epoca, Antonio Ruberti, dichiari che gli studenti a volte hanno ragione, a volte hanno torto. Tocca, in ogni caso, alla politica creare le condizioni perché la loro strada non sia troppo in salita. Ma è qui che la politica stenta ad andare oltre le parole. 

Per quanto riguarda le scuole pubbliche paritarie, il ministro ne riconosce la funzione e il valore, ma è evidente che il meccanismo previsto dalla legge 62 del 2000 non consente di passare al finanziamento automatico, quale quello previsto per le scuole pubbliche statali. Occorrerebbe fare un passo in avanti oltre la legge. Per il momento non se ne vedono le condizioni politiche, visto che i partiti che sostengono il governo sono impegnati fin quasi dalla sua nascita in un reciproco assedio. In realtà sostengono il governo come la corda sostiene l'impiccato, che rischia l'asfissia ad ogni piè sospinto. 



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