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SCUOLA/ Quei prof così "esperti" che faticano ad essere maestri

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Gli allievi di Accademia hanno lavorato divisi in squadre di quattro docenti, uno per ognuna delle quattro aree proposte – matematica, scrittura, storia, Dante. Il gruppo di lavoro ha avuto come obiettivo innanzitutto quello di individuare e di studiare insieme un aspetto, rilevante per la riflessione personale e per l'interazione in classe, comune a ciascuna delle quattro aree. Sono stati così individuati dei macro temi − il momento euristico, la domanda, l'oggetto formale, la sintesi, l'argomentazione, ecc. − capaci di interrogare il contenuto e la pratica didattica di ciascuna area. Ogni macro-tema è stato quindi sviluppato dal singolo docente nella propria disciplina, con l'aiuto dei numerosi esperti universitari e di chiara fama coinvolti in Accademia. Alla fine ognuno ha relazionato il proprio elaborato agli altri componenti della squadra, anche in funzione di una messa a punto finale del contenuto del macro-tema stesso.

Da una simile esperienza che cosa avete ottenuto?
Di mettere in evidenza che la ragione opera − nel rispetto dei metodi specifici richiesti da ciascun oggetto – come unico soggetto di conoscenza nella costruzione dei saperi. Perciò diventa possibile ai docenti riconoscere una ultima omogeneità metodologica nei diversi ambiti disciplinari.

Quindi?
Quindi, come ricaduta, anche lo studente può più facilmente scoprire la rispondenza della sua ragione alle strutture della realtà, nella molteplicità della loro espressione. Questo, essendo un passaggio decisivo dell'autocoscienza, è anche il punto dove si genera l'interesse e il gusto del sapere.

Può fare un esempio?
Il caso classico è quello del giovane che eccelle in storia mentre la matematica gli risulta incomprensibile, o viceversa. Questo spesso accade perché egli pensa che la prima non c'entri nulla con la seconda. Invece hanno in comune proprio quella che abbiamo chiamato ultima omogeneità metodologica. Che va però scoperta. Per farlo occorre sorprendere la propria ragione in atto nel processo conoscitivo. Aiutare questa sorpresa e questa consapevolezza è il compito dell'insegnante. Ed è stato anche lo scopo di Accademia.

Qual è la ricaduta educativa di questo lavoro?
Glielo dico con la mia esperienza personale di studente. Al liceo mi piacevano le materie umanistiche, mentre trovavo ostica la matematica. Poi all'università decisi di fare chimica. Fu allora che mi resi conto, studiando in particolare meccanica razionale (la fisica classica tradotta in termini matematici), che facendo calcoli matematici su un foglio di carta potevo "prevedere" un processo fisico così come esso avveniva nella realtà. Ciò significa che la struttura della realtà è la stessa della nostra ragione! Esistenzialmente per un giovane è importantissimo accorgersi di questo, perché allora tendenzialmente nulla gli sarà più estraneo. Questo vale la pena che i ragazzi scoprano durante la loro vita in classe.

Il lavoro di Accademia è stato pensato per i docenti dei licei. Sarebbe proponibile anche per le discipline tecniche?



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COMMENTI
16/09/2013 - un'esperienza positiva, da interpretare (enrico maranzana)

La terminologia utilizzata occulta l’aspetto qualificante dell’esperienza: la frase “I programmi non hanno come scopo la scuola come luogo di educazione, ma il mero apprendimento di abilità e di capacità” è una contraddizione [CFR in rete “La miopia dei ministri della pubblica istruzione”]: per la legge “educazione” corrisponde alla promozione di competenze, intese come manifestazione di capacità, capacità a cui appartengono, opportunamente riformulate, “Il momento euristico, l’oggetto formale, la sintesi, l’argomentazione”! Dallo scritto non traspare con la dovuta incisività che il cardine dell’istituzione sono i giovani e le loro potenzialità. [CFR in rete: “Ministro Maria Chiara Carrozza, non dimentichi d’esser donna di scienza”].