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SCUOLA/ Quei prof così "esperti" che faticano ad essere maestri

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Secondo me sì. Da un lato occorrerebbero persone realmente interessate, dall'altro andrebbero individuati gli specialisti adeguati. Ma è una sfida che meriterebbe di essere raccolta. Anche le discipline tecniche, come quelle liceali, hanno un contenuto gnoseologico, implicano cioè modalità di conoscenza del reale.

Alla luce della sua esperienza di educatore, cosa pensa dei programmi attuali?
Constato che essi, per come sono concepiti, non hanno come scopo la scuola come luogo di educazione, ma il mero apprendimento di abilità e di capacità; cose nobilissime, ma altrettanto pericolose dal punto di vista dell'autocoscienza. Non entro qui nel dettaglio della verticalizzazione e dell'interdisciplinarietà, per non parlare di cose troppo tecniche e complesse. Mi limito a rilevare che il percorso didattico dei diversi livelli di scuola dovrebbe essere progettato in nesso con l'evoluzione dell'autocoscienza. Alle elementari un bambino si percepisce come soggetto di conoscenza in modo diversissimo da come sarà per lui adolescente alle medie.

Qual è la via d'uscita?
Riformulare i programmi scolastici sulla base di un giudizio di valore critico e dell'esperienza didattica di una comunità docente che condivida quel giudizio. Accademia è stata pensata e fatta anche con questo scopo.

Lei insegna da quasi quarant'anni. In questa lunga esperienza, come è cambiata la sfida che viene dai giovani? In che cosa le istanze profonde di un ragazzo che ha in classe oggi sono diverse, se lo sono, da quelle di uno studente del '78?
La domanda di senso è la stessa, perché è quella propria dell'uomo. Un giovane di quarant'anni fa era più "strutturato", mentre oggi gli studenti sono più sprovveduti quanto agli strumenti culturali. La tecnologia oggi così diffusa permette loro di sapere magari un sacco di cose in un tempo molto breve, ma essi  non sanno connetterle, perciò fanno addirittura fatica a saper dire che cosa sanno. Ma la sfida rimane, forse più chiara e perciò più stimolante.

Tutti dicono che i giovani di oggi sono più fragili. Si parla di apatia esistenziale, di disinteresse per la realtà.
L'apatia di cui lei parla è sotto gli occhi di tutti, è vero, ma i giovani di oggi sono più sinceri e non la nascondono. Hanno una minore solidità culturale rispetto a trent'anni fa, ma hanno il vantaggio di non aver avuto quella "buona educazione" che, come è stato per tanti di noi più attempati, insegnava ad esser "bugiardi". Non a dire il falso, ma a non dire mai realmente quello che eravamo e pensavamo.

Cosa intende esattamente?



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COMMENTI
16/09/2013 - un'esperienza positiva, da interpretare (enrico maranzana)

La terminologia utilizzata occulta l’aspetto qualificante dell’esperienza: la frase “I programmi non hanno come scopo la scuola come luogo di educazione, ma il mero apprendimento di abilità e di capacità” è una contraddizione [CFR in rete “La miopia dei ministri della pubblica istruzione”]: per la legge “educazione” corrisponde alla promozione di competenze, intese come manifestazione di capacità, capacità a cui appartengono, opportunamente riformulate, “Il momento euristico, l’oggetto formale, la sintesi, l’argomentazione”! Dallo scritto non traspare con la dovuta incisività che il cardine dell’istituzione sono i giovani e le loro potenzialità. [CFR in rete: “Ministro Maria Chiara Carrozza, non dimentichi d’esser donna di scienza”].