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SCUOLA/ Pas e Tfa ordinari, i numeri che fanno "esplodere" le università

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Qui emerge il vulnus di tutta la questione formazione iniziale degli insegnanti: la mancanza di una soluzione strutturale e stabile del sistema di formazione, soprattutto per i percorsi relativi alla scuola secondaria (giacché la formazione degli insegnanti di primaria e infanzia è già saldamente incardinata nell'università). Sintomatico che a tutt'oggi non si abbiano ancora gli atti amministrativi necessari all'avvio dei Tfa ordinari del secondo ciclo, nemmeno per i test selettivi. Urgente quindi affrontare questo snodo chiave, dando stabilità a strutture, risorse umane e procedure per metterle in condizione di dare continuità e qualità ai percorsi. 

Se si legge tutta la storia, dal 1999 ad oggi, della formazione iniziale degli insegnanti (ci si riferisce ai percorsi per insegnanti di scuola secondaria, la più vulnerabile fra le due vie di accesso all'insegnamento) sembra di trovarsi di fronte a un'Amministrazione afflitta dalla sindrome di Penelope. Chi potrà mai pensare di impegnare parte delle proprie risorse in queste condizioni? Chi ci lavora da anni lo sa bene.

Doveroso quindi, verificare la disponibilità effettiva di risorse delle università. Se, infatti, si procede coattivamente non è difficile pensare alla reazione degli atenei. Con quale senso di responsabilità una università seria può dichiararsi in grado di assicurare un'adeguata preparazione a un numero così alto di corsisti? Formare insegnanti non è come fare lezione alle matricole del primo anno. Con quale serietà si direbbe di sì a numeri di queste dimensioni quando per il ciclo di Tfa appena concluso, si comunicò un limite sostenibile di 20mila unità? Come si potrebbero ignorare le difficoltà riscontrate per portare ad abilitazione gli 11mila ammessi al primo ciclo? E questo a prescindere dal fatto che nei Pas non sia previsto il tirocinio a scuola, condizione che esclude totalmente la scuola da un coinvolgimento attivo nella formazione dei propri insegnanti; una scelta assolutamente incondivisibile, per molte ragioni legate alle caratteristiche e alle finalità della formazione professionale all'insegnamento. 

Se si dovesse quindi andare "alla conta", in che modo si "conterebbe" la distribuzione fra Pas e Tfa ordinari? Non è possibile e sarebbe gravemente discriminante sacrificare solo il percorso ordinario, per il solo fatto che per l'altro sono già state acquisite le iscrizioni. Non in uno stato di diritto.  

Un pronunciamento della Crui su questi problemi sarebbe auspicabile. Si avverte, inoltre, la mancanza di un parere neutrale del Consiglio nazionale della pubblica istruzione (Cnpi), organo oggi non più operativo, che certo non si è mai espresso in modo inopportuno. Ma allo stesso ministro sarebbe richiesta una maggiore asserzione nel dare rassicurazioni e indicazioni orientative.

Il passaggio attraverso la valutazione delle università e la loro responsabilità formativa è quindi imprescindibile. Solo queste ultime possono valutare come assicurare i necessari livelli di servizio formativo, resistendo alla tentazione dell'aspetto economico (da verificare, ma con questi numeri decisamente consistente) a spese della qualità. Qualunque scelta diversa va evitata.



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