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SCUOLA/ Non sarà un tablet a "dirci" perché lo usiamo...

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Leggere un libro elettronico caricato su un tablet, ad esempio, il quale consente di ricevere ogni due per tre un messaggio, di navigare esplorando nuovi e affascinanti mondi virtuali, di seguire le ultime evoluzioni del calciomercato e via dicendo, distrugge il piacere e il senso stesso della lettura perché il libro (che, sino a prova contraria, è lo strumento fondamentale di conoscenza di cui disponiamo) è inserito in un ambiente assai poco accogliente, pieno di "vicini" rumorosi, invadenti e seducenti.

La mentalità comune continua a lanciare il proprio mantra: "occorre portare il mondo dentro la scuola attraverso la tecnologia". Il buon senso invece suggerisce sempre più timidamente: "difendi la scuola dall'ammaliante aggressività della tecnologia". E questo non per tenere il mondo fuori dalla scuola, ma proprio per il motivo opposto, per permetterne una scoperta graduale, capace di coglierne i valori estetici e morali, di indagarne il senso, di coglierne le connessioni segrete. Una scoperta guidata da esseri umani in carne e ossa, con tutti i loro pregi e difetti. La scuola oggi deve essere protetta come ambito "eccezionale" rispetto alla vita quotidiana, caratterizzata dall'invadenza dei mass media e dei gadget elettronici. La scuola dovrebbe piuttosto essere il luogo dove si pongono domande che "fuori" di solito non trovano accoglienza, ad esempio qual è il senso dell'appliczione delle tecnologie didattiche. Perché un senso c'è, e chi scrive queste tecnologie le usa (soprattutto "fuori" dalla classe). Ma questo senso non è dato, occorre trovarlo attraverso il lavoro di un'interrogazione che ovviamente dovrebbe coinvolgere innanzitutto i docenti. Ogni tanto, ci dice Casati, a scuola occorrerebbe trovare l'occasione di deliberare non solo in merito ai mezzi, ma ai fini. Hic Rhodus, hic salta.



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