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SCUOLA/ Se il prof dice che l'omosessualità è una colpa

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Non sbandiero con orgoglio i miei peccati, ma capisco che ogni peccato è il luogo dove Dio mi incontra e mi ama, donandomi quella forza che – unica – è capace di farmi guardare con verità e con amore la mia vita, senza paura di chiamare le cose con il loro nome. Quello che questa gente non capisce è che essi non hanno un problema con la Chiesa, hanno un problema con la realtà. Chiediamo pure allo Stato di dire che il cielo è marrone e diciamolo tutti in coro. Ma il cielo non smetterà mai di essere azzurro. Questo vale anche per l'omosessualità.

Certamente il professore di Perugia ha usato una parola, "colpa", che fa parte di una precisa teologia morale con cui la Chiesa ha chiamato certi comportamenti in un certo determinato quadro storico. La situazione presente, invece di paralizzare tutti in posizioni sterili, dovrebbe spingere i credenti a ritrovare le ragioni della fede e impararle a comunicare con parole nuove. Noi non smetteremo mai di dire che certe cose sono "peccato" perché la morale non cambia col tempo e con il luogo, ma possiamo smettere di ferire gli altri e di mancar loro di carità con le nostre categorie. Il nostro scopo è che l'altro, quando ci incontra, senta su di sé tutto lo sguardo di Cristo: "Nessuno ti ha condannato? Neanche io ti condanno. Va' e non peccare più".

È giunto il momento in cui noi cristiani dobbiamo smetterla di chiedere alle leggi di fare ciò che non riusciamo a fare con la nostra testimonianza: ossia provocare nell'altro un fascino così grande per Cristo da spingerlo, senza chiederlo, alla conversione vera del cuore, dei sentimenti, dei comportamenti. Troppe volte abbiamo trattato lo Stato come nostro "braccio secolare" a cui demandare la nostra incoerenza per trasformarla in legge. Siamo noi a dover ricomprendere le ragioni della fede. Siamo noi a doverci convertire. Siamo noi che dobbiamo smetterla di dividere il mondo tra buoni e cattivi. Tutti in Cristo Gesù siamo uno e non c'è più né Giudeo né Pagano, né schiavo né libero. 

Forse a Perugia hanno esagerato, forse davvero tanta gente non capisce che quando diciamo certe cose noi cattolici lottiamo per il futuro dei nostri figli e del nostro paese. Ma questo non è un buon motivo per fermarci e smettere di convertirci. Forse è davvero il momento di un serio esame di coscienza. Prima che al ministero o alle associazioni di categoria mi sembra venuto davvero il momento di guardare a Roma dove c'è un uomo che, con pochi stracci bianchi addosso, ci sta davvero indicando una strada.



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