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SCUOLA/ I nemici delle prove Invalsi e il malinteso delle "regole"

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Michelangelo, David (1501-04) (Infophoto)  Michelangelo, David (1501-04) (Infophoto)

Il problema forse più spinoso è quello degli strumenti "standardizzati" con cui le prove vengono prodotte e trattate. La parola "standardizzato" rievoca per alcuni uno scenario inquietante, in cui l'insegnamento è lo strumento occulto per la standardizzazione della società e l'omologazione delle persone. In realtà qualunque raccolta-dati si serve di strumenti formali senza dei quali si resterebbe alle impressioni immediate. Con i loro limiti epistemologici, tutti i modelli (teorici, matematici, statistici) ambiscono al superamento della visione "a occhio nudo" e al potenziamento dei sensi attraverso uno strumento "artificiale". 

Per fare un esempio, la possibilità di misurare una variabile latente come la comprensione di un testo si basa sull'esistenza di criteri per ordinare le domande per grado di difficoltà secondo una scala omogenea. Se riconoscere un'informazione posta all'inizio del capoverso e espressa con parole comuni è più facile che rintracciarla quando è a metà del capoverso o è espressa con una perifrasi rispetto alle espressioni usate nella domanda, allora si può dire che è più bravo a comprendere chi riconosce le più difficili. Se una informazione implicita che deve essere ricostruita per inferenza è più difficile da individuare rispetto a una informazione esplicita, allora si può misurare l'abilità, che è maggiore in chi riconosce anche l'informazione implicita. Questo è il tratto fondamentale del modello statistico di Rasch usato da Ocse ancor prima che da Invalsi. È evidente che senza uno strumento formale affidabile 10 persone diverse darebbero 10 risposte diverse sul grado di difficoltà di un quesito, ma proprio per questo si usa un modello in grado di descrivere i fatti in maniera più rigorosa. 

È chiaro che nel momento storico presente ci troviamo all'interno di una vera ideologia delle regole e del controllo, che porta molti a dubitare dei fini e dei mezzi di qualunque rilevazione. Il moltiplicarsi di regolamenti e norme a diversi livelli della vita sociale ha creato l'assurdo di voler sostituire con "regole" la responsabilità delle persone (per esempio la fiducia reciproca necessaria alle relazioni civili). Da qui anche la diffidenza per un termine come "misurazione". È certo vero che la statistica non può rendere la verità di una situazione, ma questo è fin troppo facile da dimostrare. La colpa delle eventuali derive (anche quella del professore che fa fare "il test del test" sottoponendo l'alunno a un addestramento alle prove sterile e umiliante) non è tanto degli strumenti, siano essi regole o modelli statistici, ma fa parte della crisi dei fondamenti antropologici ("emergenza uomo"), e richiede di ritrovare un rapporto ragionevole fra uomo, realtà e strumenti di analisi. 

Solo essendo coscienti dei limiti ma anche delle potenzialità degli strumenti tecnici si può non rifiutarli a priori e utilizzarli per quello che essi sono, senza continuamente contrapporre qualitativo e quantitativo in un circolo vizioso da cui non si esce. Sembra quindi cominciata una nuova stagione in cui su tutti questi punti possa esserci un confronto alto nel merito, che coinvolga statistici, linguisti, il mondo accademico, aprendo una opportunità di vera qualificazione del dibattito.



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