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SCUOLA/ I nemici delle prove Invalsi e il malinteso delle "regole"

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Michelangelo, David (1501-04) (Infophoto)  Michelangelo, David (1501-04) (Infophoto)

Si è svolta di recente a Roma una tavola rotonda sul tema Valutare i saperi: come accertare la conoscenza della lingua italiana, organizzata da Asli. È solo una delle iniziative di questa associazione, che da molti anni si muove in difesa della conoscenza dell'italiano da parte dei giovani. Agli anni 90 risale la proposta di istituire laboratori di italiano scritto presso le facoltà universitarie, dove la lacuna era cominciata a emergere vistosamente; nel 2009 (insieme alle accademie della Crusca e dei Lincei) è uscito l'importante documento Lingua italiana, scuola, sviluppo che richiama la scuola al compito di portare gli studenti a un "dominio evoluto" della lingua, adatto agli usi professionali e di studio, che non si limiti cioè all'uso funzionale di base. Poi ancora l'insistenza sulla presenza, nei curricoli di studi universitari degli insegnanti di italiano, di discipline non solo letterarie ma anche linguistiche (storia della lingua, linguistica generale e italiana); la proposta di un sillabo di competenze linguistiche per gli insegnanti; la partecipazione all'organizzazione delle Olimpiadi di italiano. Dell'anno scorso è l'impegno, sempre insieme ai Lincei, nei corsi del progetto Italiano scritto e argomentazione, e l'istituzione di una sezione Asli Scuola: sono queste alcune delle azioni sostenute dall'associazione. 

La tavola rotonda è partita da questo retroterra di impegno positivo, e quasi inevitabilmente ha finito con l'interrogarsi sulle prove Invalsi. Tanti i dubbi di carattere generale, molti già noti, riproposti da alcuni dei relatori: aspetti specifici come l'uso di testi letterari "adattati", la perdurante mancanza di misure di valore aggiunto, le differenze dei contesti in cui le scuole operano, la presenza della prova nell'esame finale del primo ciclo, ma anche la paura di una deriva economicistica della società e della scuola, il disagio di fronte a un certo procedere degli statistici percepito come assiomatico e non dialettico,  il dubbio sulla possibilità stessa di "misurare" il sapere. Eppure, su alcuni punti sembra non ci sia contrasto: l'utilità dei test in generale e il fatto che l'insegnamento è e resta prima di tutto una relazione fra persone, in cui conta l'entusiasmo e la capacità dell'insegnante di accendere un interesse, fatto che nessun intervento di sistema può sostituire. 

Per molti una prova di comprensione "oggettiva" su un testo letterario può essere una violenza, perché la finalità per la quale si legge un romanzo oppure una poesia richiede il coinvolgimento del soggetto e una relazione esistenziale con un autore lontano nel tempo, richiede di "far proprio" un testo (specialmente se letterario), problematizzarlo e ri-leggerlo alla luce delle domande dell'oggi scoprendone lati prima non valorizzati, ecc., e quindi il metodo è diverso: del resto è la capacità di interrogare autonomamente un testo la vera competenza, che è cosa ben diversa dall'essere interrogato con domande sul testo.



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