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UNIVERSITA'/ Le clientele? Ecco perché il "prof-autista" ha vita breve

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Restano fuori due ulteriori considerazioni che mi limito ad enunciare. La prima è legata allo spazio per la cooptazione: nel lavoro di ricerca e di costruzione di un progetto formativo, la fiducia interpersonale è fondamentale, e io ritengo che a parità di qualità sia del tutto legittima una scelta verso persone con cui esiste una consolidata abitudine alla collaborazione. Ritengo anche che questo abbia consentito in passato la nascita di "scuole" che hanno fatto crescere la ricerca e l'elaborazione culturale. Certo, se il docente-barone segue la nota legge per cui nel corso del tempo i collaboratori diventano sempre più stupidi per non fare ombra al capo, le conseguenze saranno pessime, ma una buona combinazione potrebbe essere "cooptazione più valutazione dei risultati": in questo modo viene responsabilizzata la  governance degli atenei, che porterà nel bene e nel male le conseguenze delle scelte. 

Il secondo e ultimo punto è legato alla rigidità del reclutamento, che rende difficile inserire nell'alta formazione talenti professionali (o artistici, nel caso delle Afam) privi di titoli accademici, ma con un'esperienza o una produzione artistica, scientifica e professionale estremamente formativa per i ragazzi. La rete di requisiti che, per gli insegnamenti accademici e la ricerca, tutela gli studenti, è difficilmente applicabile a queste persone: lasciare all'autonomia degli atenei la possibilità di deliberare forme diverse di utilizzo, sempre con il vincolo della qualità valutabile, non potrebbe che arricchire il panorama qua e là desertico dei nostri atenei, attirando un maggior numero di studenti stranieri e forse anche accrescendo le possibilità di impiego dei laureati e dei dottori. 



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