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UNIVERSITA'/ Test d'accesso, iscrizioni e laurea: "dare i numeri" è molto facile

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Un'altra ipotesi è legata alla possibilità di studiare all'estero, anch'essa ambigua: per alcuni è la scelta, molto costosa, di frequentare atenei stranieri prestigiosi, che peraltro hanno criteri di selezione estremamente rigorosi, mentre per altri è il tentativo di scavalcare i risultati dei test iscrivendosi in altri paesi a facoltà a numero chiuso (niente di nuovo sotto il sole: quando insegnavo a Bari, all'inizio degli anni 90, si iscrivevano per questa ragione molti studenti greci), o perfino di conseguire la laurea con meno fatica. Dati reali non so se e quanti ce ne siano, ma mi sentirei di dire che gli studenti d'élite sono poche centinaia, mentre quelli che emigrano in Romania o in Portogallo sono probabilmente più numerosi, anche se la cifra proposta di 60mila mi sembra eccessiva. Mi pare difficile sostenere, come fanno alcuni, che questi ragazzi se ne vanno in cerca di un'università migliore: cercano piuttosto un'università più facile e più facilmente accessibile. 

Infine, la scelta di non continuare può essere letta  all'interno di una pesante e anomala caratteristica dell'università italiana, che è la bassa percentuale di iscritti che conseguono il titolo. Gli abbandoni, ridotti dall'introduzione della laurea triennale e con un "rimbalzo" dovuto al passaggio alla triennale di molti fuori corso, sono rapidamente ritornati a livelli vicini a quello iniziale, e al  momento attuale – considerando le lauree a ciclo unico e le lauree magistrali – si può stimare che degli iscritti di dieci anni fa se ne siano laureati circa  il 45%, mentre degli altri 55 circa quaranta hanno abbandonato e gli altri sono ancora iscritti come fuori corso, con un numero variabile di anni di ritardo. Una bassa probabilità di laurearsi ha un probabile effetto di scoraggiamento.

Il dato che più mi colpisce è quello relativo ai passaggi fra il primo e il secondo anno: più di uno studente su cinque non rinnova l'iscrizione, quasi sempre senza avere dato nemmeno un esame. Sono i cosiddetti studenti inattivi, che si so o mantenuti relativamente stabili nel tempo intorno al 20%, concentrati nei primi due anni, ma presenti in misura ridotta anche in anni successivi. Io definisco questa quota domanda impropria, di chi si iscrive tanto per vedere come va, o addirittura per fruire di modesti vantaggi (la riduzione dei prezzi dei trasporti, l'accesso alla mensa…). Se si adottasse il sistema di porre vincoli in entrata solo in alcuni corsi di laurea, la cui spendibilità è condizionata dalle caratteristiche del mercato del lavoro, spostando la selezione al termine del primo anno, gli iscritti scenderebbero del 20 per cento, ma la percentuale di laureati salirebbe di molto. 



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