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SCUOLA/ Se il decreto del 9 settembre dimentica il merito e l'autonomia

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Tutto questo, è bene precisarlo, a condizione del parere positivo del ministero dell’Economia, dal quale istruzione e università dipendono strettamente: un Pantalone che non allarga i cordoni della borsa solo perché Arlecchino piange. Ci mancherebbe. Gli sprechi ci sono stati dappertutto ed è ora di rientrare. Se non con altri tagli del personale (ben vengano le nuove assunzioni, anche se ridotte) con partite di giro che attraversano un po’ tutti i comparti.

Così, per esempio, nel decreto D'Alia, scorporato nella parte sulla scuola e di cui il prossimo provvedimento dovrebbe essere espressione, l’autorizzazione per l’anno 2014 di una spesa di 10 milioni di euro “per la formazione del personale scolastico con particolare riferimento ai temi della digitalizzazione e dell’innovazione tecnologica” risulterebbe da una redistribuzione delle risorse assegnate agli istituti dalla legge 440/97 (quella istitutiva del fondo di istituto per l’arricchimento e l’ampliamento dell’offerta formativa). E saremmo daccapo a gestire gli spiccioli. Su questi punti in particolare, legati all’autonomia delle scuole e agli spazi di libertà educativa per i docenti, si appuntano le attenzioni che preludono l’uscita del fatidico documento del 9 settembre. In evidenza si pone l’innalzamento della quota di funzionamento ordinario delle scuole, fino ad un incremento del 15-20%, cui fanno riferimento i lanci dell’ufficio stampa dell’amministrazione.

Vedremo se e come ci si arriverà. E soprattutto se la partita sarà ancora giocata in casa con spostamento di risorse da una parte all’altra, oppure se effettivamente la scuola, e il lavoro che vi si compie a contatto diretto con i giovani, saranno recepiti, in dialogo con la comunità, il mondo del lavoro e le realtà familiari, come un pezzo fondamentale della ripresa culturale e spirituale del Paese.

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