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SCUOLA/ Se marocchini, albanesi e rumeni "sgombrano" le nostre classi

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Tornando alla prima elementare di Costa Volpino, non conosciamo però alcun particolare, non sappiamo se i piccoli marocchini, albanesi e rumeni siano o meno già radicati in Italia e quindi se i problemi di inserimento siano superabili almeno riguardo alla comprensione della lingua, alla facilità di relazione con i compagni e gli insegnanti. In questo senso impressiona la fuga degli italiani che sembrerebbe del tutto preventiva, pregiudiziale, non commisurata ai reali contorni di una circostanza che avrebbe potuto essere sperimentata, accolta e valutata e che invece è stata censurata da un netto e compatto rifiuto. Senza mettere in conto il messaggio che i bambini in qualche misura avranno recepito avvertendo di essere stati ritirati dalla "loro" scuola e inseriti in un'altra: la decisione lascerà comunque un segno trasmettendo inevitabilmente l'idea che il "diverso" rappresenta solo uno svantaggio o un pericolo, non conviene incontrarlo, è decisamente da evitare.

È stata persa un'occasione, anche solo l'ipotesi, di un incontro interessante, di una sfida che può stimolare l'esperienza dei propri figli, arricchirla del valore di qualcosa che non si conosce, di un impatto che scardina lo schema mentale e intensifica la curiosità, l'apertura al diverso, la comprensione dell'altro. Balza all'occhio l'abissale distanza della scuola, paralizzata nelle sue prassi burocratiche, dalla realtà sociale oggi attraversata da nuove urgenze, sempre più variegata, complessa, multietnica. E viene da chiedersi, pur con tutto il rispetto per le apprensioni di madri e padri probabilmente spaventati dall'impatto con un apparato scolastico inadeguato a gestire il cambiamento: quale educazione efficace ci può essere se si censura la realtà, le sue trasformazioni, i contesti nei quali siamo chiamati a vivere, lavorare, edificare e immaginare il futuro? Un sussulto di realismo potrebbe riaprire domande sbrigativamente censurate, fughe affrettate, inerzie che impediscono alla società intera − genitori, insegnanti, dirigenti, bambini stranieri e italiani − di accorgersi che siamo tutti sullo stesso pianeta, tutti a fare i conti con le istanze di una scuola che deve riprogettare la sua funzione, misurarsi con sfide educative oggi sempre più impellenti. Su questo fronte i genitori possono avere un peso, rimettersi in gioco affrontando con inventiva le contraddizioni e i nodi critici di un'integrazione che nell'incontro fra persone scopre la sua molla più potente e decisiva.

A riprova che non si tratta di pensieri lunari, di fantasiose utopie, basta tornare fra i banchi, nelle aule, e sorprendere spaccati di vita dove la creatività sovverte ogni previsione e risponde alle emergenze più impegnative. Una mamma aveva chiesto l'inserimento del suo bambino con gravissimi handicap in una prima elementare e il dirigente aveva deciso di consultare gli altri genitori prima di prendere una decisione giudicata penalizzante per i bambini "normali". 



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