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SCUOLA/ È "figlia" di un congresso del Pci del 1945

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Palmiro Togliatti (1893-1964) (Immagine d'archivio)  Palmiro Togliatti (1893-1964) (Immagine d'archivio)

In particolare, agli inizi del '900, i classicisti avevano ribadito la necessità della conoscenza delle lingue classiche quale fonte di educazione morale e intellettuale e, in particolare, del latino come fondamentale per la preparazione mentale dei ragazzi. Semmai, il problema era quello della mediazione didattica. Giovanni Pascoli, a sua volta grande compositore di versi latini, aveva criticato l'eccesso di studio grammaticale, mentre Lombroso aveva sostenuto che lo studio del latino generava forme di esaurimento nervoso, perché costringeva i ragazzi a studiare qualcosa di estremamente lontano dalla loro vita. 

Dietro stava uno scontro più profondo, che già si era svolto in Germania sul finire dell'800, tra una concezione dell'istruzione riservata agli aspiranti alle professioni liberali, e una aperta alla scienza, alle tecnologie, all'industria, al lavoro. Si trattava di decidere o la contrapposizione o la conciliazione tra formazione umanistica e formazione tecnico-scientifica. In Germania, il peso della grande scuola filologica, di cui leader era Ulrich Wilamowitz-Moellendorf (1848-1931), era stato ridimensionato dall'alleanza tra la grande industria tedesca e il movimento socialdemocratico. Nello scontro tra la cultura della Kultur e la cultura dell'Arbeit (lavoro), aveva vinto quest'ultima. Di qui il grande sviluppo tecnico-scientifico e industriale della Germania degli Hohenzollern, ma anche la reazione post-umanistica di Nietzsche e la critica della scienza e della tecnica di Heidegger. In Italia, invece, contro le buone intenzioni e le ideologie scientiste del positivismo aveva vinto la linea De Sanctis-Spaventa-Croce e Gentile, gli ultimi due ministri dell'istruzione dagli anni '20 del '900. 

Su quella linea genealogica, che aveva conseguenze evidenti per la definizione del curriculum scolastico, si collocò Concetto Marchesi nel suo intervento il 6 gennaio 1946. Lo studio del latino non "serve a nulla", perciò è necessario. "Non serve né all'economia privata né all'economia pubblica; serve 'soltanto' all'esercizio, all'applicazione mentale sulla grammatica di una lingua che si studia con l'occhio soltanto e non con l'occhio e con l'orecchio". Proprio le difficoltà di studiarlo, lo rendono necessario: "La lingua latina non la parla nessuno, non la si ascolta da nessuno, vive nelle pagine mute della sua grammatica, dei suoi libri di aneddoti, di sentenze, di favole con la immobile certezza delle sue forme". Sì, il latino è difficile ad apprendersi, "senza dubbio, appunto perché esso impone un continuo controllo allo scolaro il quale non può andare avanti, se ha dimenticato quello che ha prima imparato. Ma la difficoltà, la noia, la fatica sono alla base di ogni sentiero che porta verso l'alto". Ascoltiamolo più diffusamente:



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