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SCUOLA/ Italia, docenti vecchi e malpagati: e adesso che si fa?

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I motivi sono molteplici: diversa è la strutturazione dei cicli scolastici nei vari Paesi come diverse sono la figure professionali specifiche (in molti Paesi non esiste la figura dell'insegnante di sostegno), mentre le modalità di valutazione degli impegni professionali sono differenti a seconda che si parli di orario di servizio o di orario d'insegnamento. Ad esempio, in Italia un docente delle superiori fa 630 ore di lezione in un anno, contro una media Ocse di 664; altri Paesi come la Finlandia e il Giappone ne fanno di meno (553 e 510 rispettivamente): il docente italiano sembra così lavorare di più. 

In realtà l'Italia non quantifica il numero complessivo di ore di impegno lavorativo contrattuale (comprensivo di preparazione delle lezioni, correzione degli elaborati, partecipazioni agli organi collegiali, a scrutini ed esami), ma solo quello di cattedra; il Giappone e molti altri Paesi invece lo fanno: la media Ocse è pari a 1.003 ore in più rispetto a quelle d'insegnamento effettivo. Come si fa a dire chi lavora di più? O anche a paragonare adeguatamente gli stipendi? A cosa può servire sapere chi lavora di più o guadagna meno? Non sta qui il punto. Il confronto non è utile quando si riduce a lamentazione o a improbabili imitazioni, ma quando genera autocoscienza, corresponsabilità e quindi crescita. 

Qualche tempo fa il ministro Carrozza ha parlato di priorità di interventi nell'edilizia scolastica: "siamo in una situazione drammatica,… abbiamo bisogno prima di tutto di un investimento nell'edilizia scolastica". E ha poi aggiunto: "abbiamo bisogno di più insegnanti. Credo che il futuro del nostro Paese si possa giocare con un esercito di nuovi insegnanti, che davvero ci permettano di migliorare la qualità del nostro servizio". Una dichiarazione che ha generato qualche speranza. Purtroppo, le norme varate finora dal Governo hanno solo in minima parte dato seguito alle parole del ministro: la legge 128/2013 ha previsto un incremento dei ruoli, ma solo per il sostegno; in compenso, con l'apertura pomeridiana delle scuole, sono aumentate le incombenze dei docenti e la Legge di Stabilità ha confermato il blocco della progressione stipendiale. 

Ci vorrebbe invece una reale inversione di tendenza: la politica deve tornare a guardare al futuro del Paese e investire nella scuola; e deve farlo in fretta. Ma non basta. È ormai evidente che oggi nel nostro Paese la prima emergenza è costituita dall'educazione. I dati dell'Ocse ci mostrano che i sistemi scolastici più avanzati sono quelli che promuovono l'autonomia delle istituzioni e la libertà di educazione; perciò, per il bene del Paese e delle giovani generazioni, l'educazione alla libertà e alla corresponsabilità deve trovare nella scuola un luogo primario di accoglienza e sviluppo. 



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COMMENTI
10/01/2014 - Vox populi... (Anna Di Gennaro)

Molto interessante e degno di nota il suo articolo. Meglio tardi che mai qualcuno ne tratta. Mesi fa un'insegnante di 55 anni, molto provata psicofisicamente, dopo quasi trent'anni di onorato servizio, mi suggeriva di chiedere (credendo che le mie affermazioni avessero un certo peso su qualcuno…) di scorporare la categoria dagli altri lavoratori. Giusto per rispondere alla domanda del titolo. Del resto l'articolo segnala un'evidenza ormai scientificamente provata: insegnare logora. E' on line da tempo la ricerca sull'inidoneità derivante dalle patologie professionali più frequenti. L'annosa questione della professione usurante necessita di scelte politiche adeguate. Saggio chi -finalmente- ne proporrà una: a tutto vantaggio della scuola.