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SCUOLA/ Dalla Germania: meglio 1 ora di islam che parlare di "fratellanza"

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Da Robert Spaemann, il filosofo dell'etica tedesco conosciuto, tradotto e letto anche in Italia, ho imparato, in alcuni dialoghi che abbiamo avuto e che hanno trovato anche una dimensione editoriale (Testimone della verità, Marcianum Press, 2012) un atteggiamento di giudizio differenziato: per esempio a livello teorico e di identità culturale la Turchia non appartiene alla cultura europea (e non solo per la sua posizione di non riconoscimento del genocidio degli armeni), ma non si può negare che una sua integrazione potrebbe essere di vantaggio per molti cristiani che vivono in Turchia.

Ritornando al problema dell'inserimento di un insegnamento di religione confessionale nelle scuole elementari, ne vedo ovviamente l'utilità per una convivenza pacifica e di dialogo di una grande minoranza all'interno della Germania, per l'appunto quella dei musulmani in un paese di identità cristiana, attualmente fortemente secolarizzato, ma mi chiedo se non si potesse tematizzare, in riferimento a questo inserimento, anche una tutela dell'insegnamento della religione cattolica ed evangelica confessionale in Turchia.

Dico questo non perché pensi che tra il mondo islamico e quello cristiano secolarizzato vi sia un abisso, ma per una stima verso la mia propria identità. In un'intervista con Haci-Halil Uslucan, psicologo, che insegna studi moderni turchi e ricerca integrativa nell'Università di Duisburg-Essen si comprende forse un aspetto che ad un lettore europeo di giornali non è molto chiaro: a livello di metodi educativi famiglie musulmane e non musulmane in Germania non si distinguono come due mondi differenti (intervista di Thilo Guschas del 5 settembre 2008, nel sito della Dik). Le prime insistono di più sul valore della disciplina e dell'obbedienza, perché pensano ad un livello più collettivo e di impressione che la propria persona fa su questo livello collettivo, mentre le altre più ad un livello individualistico; ma per entrambe è vero che i giovani non agiscono in forza di un modello educativo o di un'appartenenza religiosa, ma in forza di una certa paura di essere esclusi dalla società in cui vivono. 

Questa è certamente una sfida culturale ed educativa comune (come trasformare questa paura in una speranza) e in questo senso un dialogo tra le culture è certamente più utile che un atteggiamento ideologico negativo rispetto al dialogo: non toglie però il fatto che senza una propria identità non è possibile dialogare con nessuno. Il rischio è quello di un assorbimento in un "globalismo" (che è la forma dominante di società nel mondo) che, come dice papa Francesco, non genera "fratellanza", ma "indifferenza".



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