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SCUOLA/ Le emozioni? Sono il migliore "alleato" dei prof (e dei genitori)

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Infine il Sel è preventivo dei comportamenti maleducati e indisciplinati, quando non delinquenziali, e questa è la ragione principale per cui interessa al mondo prima scolastico e ora anche politico anglosassone. Gli effetti di un'educazione emotiva e sociale vanno così al di là del successo scolastico, e non si capisce davvero come una società non debba prioritariamente investire su di essa.

Gli argomenti che, al contrario, vanno a detrimento del Sel sono numericamente inferiori, ma reali. In primo luogo e in virtù della connessione tra emotività e creatività, laddove l'unico obiettivo del Sel fosse la gestione delle emozioni negative (rabbia, agitazione, stress, tristezza, ecc.), ne verrebbe inficiata anche la capacità creativa umana. Chi dunque sarebbe abilitato a stabilire gli obiettivi del Sel? E poi, fino a che punto si può parlare di negatività delle emozioni negative? Ad esempio da Eschilo a Mounier, passando per Schubert, dalla sofferenza nasce una conoscenza vera delle cose («Le mie creazioni sono il frutto della conoscenza della musica e del dolore» scriveva quest'ultimo nel Diario, dopo aver composto la sinfonia n. 8 in Si minore, l'Incompiuta). 

In secondo luogo, se la formazione dei docenti sul Sel venisse realizzata dagli psicologi, come avviene nei Paesi anglosassoni e come viene proposto anche in Italia, è una prospettiva psicologica quella che si vuol dare all'educazione emotiva, sottraendone all'origine tutta la portata antropologica (riduzionismo). E poi: chi pagherebbe questo esercito di psicologi? E quand'anche ci fossero i fondi, perché i docenti dovrebbero dotarsi di competenze che non afferiscono al proprio ruolo professionale? E qualora se ne dotassero, sarebbero mai in grado di utilizzarle appropriatamente? Ma soprattutto, perché dovremmo lasciare il campo educativo, che riguarda l'intera popolazione scolastica, all'avanzata psicologica, che invece riguarda solo il 2-5% della popolazione scolastica e solo per aspetti particolari?

Cambiamo allora la prospettiva con cui affrontare la questione. A scuola si va per insegnare e per imparare. Per l'uno e per l'altro occorre una ragione che si apra sull'oggetto e si pieghi alla sua verità in un realismo che scardina ogni preconcetto; una ragione vitale ed esistenziale, o costitutivamente intessuta delle domande fondamentali per la vita e l'esistenza dell'uomo; una ragione sempre tesa a conoscere l'oggetto dentro la relazione che stabilisce con esso, e cioè una ragione contemporaneamente cognitiva e affettiva; una ragione esperienziale, che non coglie l'oggetto se non nelle pieghe del suo concreto dispiegarsi; una ragione capace non solo di misurare, ma anche di cogliere l'oggetto nella sua totalità. La dinamica emotivo-affettiva − in collaborazione con quella cognitiva − è esattamente ciò che rende possibile una ragione così fatta, che le sole capacità razionali né riescono né possono garantire.



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COMMENTI
28/01/2014 - Ma non è il campo della letteratura? (Giuliana Zanello)

Una piccola nota senza pretese e senza certezze ultimative, premettendo che limito l'osservazione alle scuole superiori, dove pure vengono proposte attività relative all''educazione emotiva'. Tutto può essere utile, certamente, qualora venga assunto come contributo da un consiglio di classe consapevole, possibilmente in tutte le sue componenti. L'esperienza dice però che occorre in questo caso una vigilanza stretta, perché di solito, delimitato un campo e trovato il 'responsabile', tutti gli altri tendono a delegarglielo in toto. Inoltre mi domando che senso abbia, una volta che per il campo delle 'emozioni' si decida che è affare da specialisti, mantenere nella scuola l'insegnamento della letteratura, l'attività cui precisamente gli uomini hanno affidato questo tipo di sapere, luogo privilegiato in cui elaborare queste esperienze, da creatori e da fruitori. Insomma, sembra che, di fronte a qualsivoglia problema, si sia ben poco disposti a scommettere sul contributo della cultura. E questo nonostante le posizioni espresse con frequenza anche dagli 'esperti'. Certo che, se lo studio delle opere letterarie è finalizzato al conseguimento di buoni risultati in 'literacy', allora...

 
24/01/2014 - emozioni (Valentina Timillero)

splendido articolo, che fa vedere bene ciò che manca alla scuola italiana. Non è tanto un problema di "insegnare" le emozioni (emozioni ...di Stato?) quanto di capire come e perché le emozioni fanno parte - nel profondo - della nostra razionalità. Per questo pensare che IL problema della scuola italiana sia il tradimento dei Pof e delle leggi del '74, o la dialettica asfissiante e angusta di conoscenze e competenze, è mettersi volontariamente in esilio fuori dalla realtà. Quando anche l'insegnamento fosse "centrato sulle competenze" (per fare il verso allo sciocchezzaio scolastichese) ma l'educazione non rispettasse la complessità della persona, come l'articolista invita a fare, saremmo puntualmente da capo. Pof o non pof (e questo non è un "postulato di base"?) . La domanda cui si dovrebbe dare risposta è: perché nella caverna platonica i liberati uccidono i loro liberatori?

 
24/01/2014 - pannicelli caldi (enrico maranzana)

“A scuola si va per insegnare e per imparare” è il postulato base. Un assunto che limita lo spazio del problema ai soli discenti, un assioma che afferma la centralità del conoscere, un’impostazione che accetta l’intangibilità sacrale della funzione docente. Si tratta di una premessa che contrasta con l’orientamento del sistema educativo che è finalizzato alla promozione delle capacità e delle competenze dei giovani, “ATTRAVERSO conoscenze e abilità”. Si esaltano l’interesse, lo stupore, l’amore .. caratteri che i bambini possiedono all’inizio del loro percorso scolastico e che, progressivamente, vanno esaurendosi. Perché non è stata condotta un’indagine sull’origine di tale estinzione e ci si è limitati ad affermare: “nel nostro sistema scolastico la creatività, l’immaginazione, la fantasia e l’intuito sono poco considerate”? Due esempi sul come far “gridare Eureka!, la felicità a cui tutti aneliamo”, sono in rete: “Lab. di matematica: il principio di Archimede” che fa ripercorrere i momenti della scoperta del principio di galleggiamento, e “La storia di un triangolo” che, senza alcuna preparazione, sollecita i bambini di quinta primaria a formulare il teorema di Pitagora. La domanda cui si dovrebbe dare risposta é: perché la scuola certifica le competenze ma lascia nell’indeterminatezza le strategie per la loro crescita?