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SCUOLA/ Tutte le ragioni per tornare al "sei politico"

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Si deve allora tenere conto dei rapporti tra compagni, delle aspettative della famiglia, delle pressioni dei colleghi e del dirigente scolastico, ma anche di sé stessi e delle proprie reazioni ai fattori stressanti.

Ecco che il singolo docente si trova di fronte a un'alternativa drastica. Come Ercole al bivio, non sa decidersi. Per un verso, può essere allettato dall'idea di intraprendere la strada della ricerca individualizzata per ciascuno studente della giusta scala di valutazione, che anziché essere un arido descrittore, possa essere capita nelle sue ragioni. Obiettivo reso arduo dal contesto iper-apprensivo in cui (ahinoi!) viviamo. L'altro percorso possibile, è di segno inverso: concentrarsi prevalentemente sulla trasmissione delle conoscenze e delle abilità, ricorrendo al classico "sei politico", che non scontenta gli allievi scolasticamente deboli (e che però li penalizza di più, perché non li pone in allarme in relazione ai loro punti di debolezza), ma che di molto inibisce la formazione di un sapere metacognitivo. 

Ercole, tuttavia, era indotto a scegliere tra un positivo e un negativo, rivelando saggezza nell'eludere le tentazioni della strada più agevole. Il povero docente, invece, non ha di fronte a sé la praticabilità di alcuna virtù. Nel primo caso, infatti, si assumerebbe una responsabilità enorme, con un elevato rischio di incorrere in errori relazionali dalle conseguenze imprevedibili, sottraendo il giusto respiro e la dovuta concentrazione alla fatica della trasmissione culturale. Nel secondo caso, minori saranno le responsabilità, migliore la qualità del lavoro scolastico, ma solo per quegli studenti che troveranno autonomamente la giusta motivazione, in mancanza della naturale funzionalità dei feedback negativi.

Difficile scegliere. Certamente qualcuno potrebbe esser tentato di ignorare le trasformazioni sociali in atto, e perpetrare il modello di scuola che ha conosciuto da studente. Ma con tutte le buone intenzioni si tratta di uno sforzo improbo, e destinato a infrangersi contro la verità di una componente giovanile (e familiare) molto più fragile che in passato, che non è capace di assorbire senza traumi neanche una critica circoscritta, figuriamoci una bocciatura. La società, lo dimostra il Miur con i suoi comunicati, ha individuato nell'insuccesso scolastico un nemico da combattere, ma non necessariamente con le armi del potenziamento formativo, bensì con una trasformazione profonda della funzione docente. Siamo onesti: in molti contesti non è necessario affatto dominare un campo scientifico e utilizzare conoscenze psico-pedagogiche per gestire al meglio il setting scolastico. Spesso, il lavoro che ci viene richiesto è una via di mezzo tra il tutoring e il counseling, e l'approfondimento è reso sempre più ardito. E questo in barba a tutti i concorsi, presenti e futuri, così fortemente selettivi sul piano dei contenuti disciplinari.



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COMMENTI
28/01/2014 - non ho capito una parola (Emilio Colombo)

ma forse è meglio così, mi pare quasi che cominciamo a partorire anche noi degli "intellettuali".

 
28/01/2014 - tornare indietro (luisella martin)

Siamo sicuri che sia saggio tornare al "sei" politico? Siamo certi di aver studiato a fondo, senza pregiudizi, il tema della valutazione? Il nostro agire da educatori a quale maestro, a quale modello si è ispirato? Nelle belle famiglie di un tempo i figli si amavano per quelli che erano, senza confrontarli uno con l'altro. Si insegnava loro ad autovalutarsi, a scegliere la strada giusta, dando loro pillole di fiducia e sciroppi di allegria, anche quando sbagliavano. Forse avremmo dovuto far crescere i nostri alunni come i nostri nonni fecero con i loro figli, avendo a disposizione una bella dose di umiltà (che proveniva spesso dall'ignoranza) e di perdono, amandoli semplicemente. Forse è la mancanza di consapevolezza della propria ignoranza degli educatori ad aver creato un mostro di questa scuola italiana.