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SCUOLA/ Licei, tecnici, professionali: dove sta la "pari dignità"?

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Giuseppe Fioroni (Infophoto)  Giuseppe Fioroni (Infophoto)

Infatti, con il ministero Fioroni si è anzitutto reintegrata la permanenza, nel secondo ciclo di istruzione, della suddivisione tra licei, istituti tecnici e istituti professionali statali (art. 13 della legge 2 aprile 2007, n. 40). Si sono, in pratica, confermate le tre tradizionali filiere formative tra loro separate e gerarchizzate a livello di immagine culturale, di pratica sociale e di funzioni professionali (cosicché gli studenti valutati "ottimi" dalla scuola media si continuano ad iscrivere ai licei, immaginando, o illudendosi, di dover diventare classe dirigente del paese; quelli con "distinto" agli istituti tecnici per aspirare a diventare almeno quadri direttivi, mentre i "sufficienti" sono per lo più indirizzati da docenti e famiglie agli istituti professionali per poter svolgere prestazioni impiegatizie e operaie qualificate). 

In secondo luogo, dopo aver riallontanato il "sistema di istruzione" quinquennale da quello dell'"istruzione e formazione professionale" regionale, triennale per le qualifiche e quadriennale per  diplomi, la normativa successiva al 2006 ha in sostanza sancito la residualità di quest'ultimo e, quindi, anche la sua, di fatto, impari dignità educativa, culturale e sociale rispetto ai licei, agli istituti tecnici e, perfino, agli istituti professionali  dell'"istruzione" statale. Infatti, al di là di volenterose dichiarazioni di segno contrario, l'ha destinato agli studenti che, per apparente inettitudine propria, non riuscirebbero a seguire con profitto nessuno dei tre percorsi "scolastici" del sistema di istruzione o che, per condizioni familiari, ambientali e socio-economiche sfavorevoli, non sono nelle condizioni di impegnarsi nella frequenza di corsi quinquennali invece che più brevi e capaci di garantire un immediato inserimento attivo nel mondo del lavoro. 

Anche la possibilità "concessa" alle Regioni (Dpr. 87/2010, in base all'art. 13, 1 quinques della legge 40/07) di chiedere agli istituti tecnici e professionali statali, grazie agli spazi di flessibilità garantiti dall'autonomia delle scuole, di istituire, all'interno dei loro percorsi quinquennali, corsi triennali e quadriennali di qualifica e diplomi professionali, ha avuto più il significato e l'effetto programmatico di deprimere ulteriormente, fino a squalificarlo, il "sistema di istruzione e formazione professionale"  regionale che altro. Molte Regioni, infatti, deresponsabilizzandosi, hanno preferito "appaltare" del tutto la loro "istruzione formazione professionale" fino ai 18 anni alle scuole statali, mentre Regioni ad esempio come Lombardia, Veneto e Friuli che, sulla base della legge n. 53/03, si sono impegnate nella costruzione di un sistema graduale e continuo di istruzione e formazione professionale, sono state fortemente penalizzate dallo Stato nei finanziamenti (lo Stato preferisce sostenere i propri istituti professionali) e  non riescono, in questo modo, a soddisfare la crescente domanda di giovani e famiglie per questa loro apprezzata offerta formativa (in Lombardia, ad esempio, siamo al 18% dei giovani che la frequentano, percentuale, però, che potrebbe perfino raddoppiare se ci fossero le risorse per ampliarla!). 



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