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SCUOLA/ "Perché questo tradimento?" Studenti tedeschi di fronte alla Shoah

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Auschwitz (Infophoto)  Auschwitz (Infophoto)

Nei sei mesi che Elisa ha passato in Nuova Zelanda, nella seconda parte della decima classe, ha notato come nell'insegnamento di storia la questione del nazionalsocialismo fosse appena toccata, confinando in una sorta di non-sapere: si parlava di Hitler come di un "cattivo", dicendo che era tedesco, così che tutti i ragazzi nella classe si girarono a guardarla. Per lei era importante, nei confronti dei suoi nuovi compagni di scuola in Nuova Zelanda, sottolineare che era sconvolta da ciò che aveva fatto Hitler, ma che non era lecito identificare tutti i tedeschi con questa storia.

Il tema era troppo importatane per me e così ho chiesto ai ragazzi presenti se erano erano sconvolti come tedeschi o come uomini per ciò che era successo nella Germania di allora. Richard ha detto che sarebbe potuto accadere anche ad altri popoli ciò che è stato fatto da quello tedesco, e ha sottolineato come ciò che lo ha scosso fosse che uomini in quanto tali, non in primo luogo tedeschi, abbiano commesso quei crimini. Come tedesco non sente una responsabilità morale per avvenimenti che non ha provocato lui, ma sente la responsabilità che nel "luogo" Germania − nel posto in cui fu pianificato e realizzato quel massacro − si contribuisca in modo particolare alla memoria dell'avvenimento stesso. Questo è in sintesi il messaggio che i ragazzi volevano dare ai lettori italiani.

Christoph e Jonathan, della decima classe, mi hanno raccontato che non solo in storia − dove l'argomento non è un tema tra gli altri ma viene trattato con una particolare attenzione emozionale, e non solo come una presentazione oggettiva di fatti −, ma anche in religione è stato tematizzato l'atteggiamento criminale dei nazionalsocialisti nei confronti degli handicappati e la problematica dell'eutanasia. L'impressione che ha avuto Christoph della sua gita scolastica appena fatta a Buchenwald è di essere stato in un luogo "freddo", non umano, un luogo dove gli uomini tradiscono la propria natura, che tende al bene, non al male. 

Tutti i quattro ragazzi sentono come loro responsabilità di presentate ai propri futuri figli e ricordare loro questo tradimento che l'uomo ha fatto di se stesso e della propria natura, della propria "ecologia umana" (per usare le parole usate da Benedetto XVI nel parlamento tedesco nel 2011).

I colleghi a cui poi ha raccontato la serietà con cui i ragazzi avevano risposto alle mie domande, ne sono stati colpiti positivamente. Una collega, nata nel 1961, che insegna tedesco e religione, Johanna Butting, mi ha detto che nella sua generazione ci si sentiva ancora colpevoli del genocidio, perché si aveva un contatto diretto con le persone che erano stato coinvolte con quella storia (per lei, ad esempio, suo nonno), ma che questo contatto "diretto" nelle nuove generazioni viene a mancare perché i testimoni sono quasi tutti morti. 



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COMMENTI
31/01/2014 - GRAZIE (Gianni MEREGHETTI)

Grazie, grazie. Una sola e semplice osservazione, la questione della memoria non è la questione di ricercare una colpa, come scriveva Etty Hillesum, tutti siamo responsabili, perché se guardiamo in noi troviamo quello che portano dentro anche gli altri. Per questo ciò che bisogna cercare non è la colpa, nemmeno che il male sia banale, ma che c'è dentro di noi una possibilità di bene che aspetta solo di essere riconosciuta e vissuta. Questo bisogna deciderlo! E raccontare ciò che si vede è il primo modo di deciderlo.