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SCUOLA/ Dati Ocse, ecco la "foto" (triste) dell'Italia tra 10 anni

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Non dimentichiamo che il meridione, e la regione Sicilia in primis, basa la propria economia e il proprio mercato del lavoro sul terziario e sui "posti" della pubblica amministrazione, scuola inclusa. Questo genera uno scetticismo culturale rispetto al compito dell'insegnante che culmina proprio nell'espressione del voto finale, ossia il momento scolasticamente analogo o simile – nella forma ma non nello scopo − alle rilevazioni Ocse.

Altro aspetto interessante che può istruire la politica dell'istruzione in Italia − specie nel paragone tra la Sicilia e Trento −, ma che meriterebbe molto più spazio, riguarda la scottante questione della parità scolastica

La maggior parte delle competenze della Regione Siciliana in ambito scolastico riguardano proprio questa materia. Se il Trentino ha usato la propria fetta di autonomia in materia di istruzione e formazione realizzando una reale parità tra scuole statali e non statali − attestata dalla qualità della scuola materna della Federazione Provinciale Scuole Materne del Trentino −, finanziando le scuole e ponendole su un piano di responsabilità paritario rispetto al sistema statale, ciò non accade in Sicilia, dove le scuole non statali rischiano di chiudere (alcune lo hanno già fatto) e il massimo risultato ottenuto a favore della libertà di educazione è stato il "buono scuola" sul modello lombardo realizzato nel 2003, ma poi ridotto e divenuto del tutto ininfluente. 

Questa "mancata parità" è direttamente proporzionale alla disistima di cui, ad esempio, godono le molte scuole materne paritarie presenti in Sicilia. Se, infatti, da un lato esse rispondono ad un bisogno che non può essere soddisfatto dalle scuole statali, dall'altro la qualità attesa e resa dell'offerta formativa è forse motivo del gran numero di alunni "anticipatori" al Sud e in Sicilia rispetto al settentrione, di cui si diceva sopra. Questo ha certamente un'incidenza sul livello in entrata nella scuola primaria e dunque incide sul ritmo di apprendimento del primo ciclo, come riporta l'articolo del Corriere della Sera a commento dei dati Ocse del 4 dicembre scorso.

Il modello di riferimento siciliano resta dunque quello nazionale, già superato da altre regioni – come la Lombardia − dove anche l'autonomia scolastica viene interpretata in senso più pieno, ossia nella direzione di un dialogo più stretto con il territorio e il mondo del lavoro in una prospettiva formativo-educativa di sana concorrenzialità dell'offerta formativa tra le scuole.

Più credito alle scuole, più responsabilità e protagonismo creativo degli insegnanti, sono alla base di una scuola più efficace e credibile, decisiva per il rilancio del capitale umano realmente riconosciuto come la risorsa del nostro Paese specie in un contesto economicamente difficile come in Sicilia. 



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