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SCUOLA/ Invalsi, piccolo promemoria per il nuovo presidente

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Insomma, sarebbe quanto mai opportuno tornare ai "fondamentali" della valutazione: ai concetti dirimenti di misurazione e valutazione, al senso delle scale e dei punteggi, alla pluralità di strumenti e codici, a qualche necessaria incursione nel campo della valutazione autentica, all'esplorazione meno approssimativa del concetto di certificazione delle competenze.

Dai test ai processi organizzativi e didattici − È giusto, allora, rimettersi in gioco sulla valutazione, tornare a farsi buone domande, senza pregiudiziali: ad esempio, scoprire con sorpresa che paesi che puntano a livelli di eccellenza negli apprendimenti (Finlandia) non utilizzano valutazioni codificate fino ai 12-13 anni, perché prima vogliono prendersi cura in modo "personalizzato" di ogni singolo allievo, promuovendone talenti, partecipazione, scelte autonome; ma anche che la formazione ed il reclutamento dei docenti sono assai più impegnativi che da noi; che le scuole vengono visitate da équipe ispettive, che rilasciano report sullo stato di salute e indicazioni per il miglioramento. 

Non si vuole qui reclamare un maggior "controllo" sulla scuola e sui suoi risultati, ma una migliore conoscenza di ciò che avviene al loro interno, a partire da come le scuole si raccontano, si descrivono, si posizionano, anche perché stimolate da qualche "amico critico". È da salutare positivamente l'avvio di progetti di sperimentazione per l'osservazione diretta del funzionamento delle scuole (come VSQ, Vales, VM ecc.). A fianco del focus sulle prove Invalsi (solo uno degli oggetti da ponderare) prende spazio l'analisi dei contesti sociali in cui opera la scuola, dei processi organizzativi attivati, delle scelte didattiche, delle condizioni professionali del personale), alla ricerca dei fattori di successo (e di criticità), per impostare insieme strategie di sviluppo e di miglioramento. Questa sembra essere la ratio che ispira il Regolamento sul Sistema Nazionale di Valutazione (Dpr 80/2013), da cui ci si aspetta un approccio più disteso e sereno alla valutazione, e non solo l'enfasi sui test di apprendimento. Ogni scuola dovrebbe infatti ricevere un feed-back importante sul modo migliore di affrontare i propri compiti formativi, per imparare attraverso il confronto (benchlearning). Tutt'altro sarebbe, invece, promuovere la competizione (benchmarking) attraverso la comparazione pubblica tra scuole, seppure con le medesime caratteristiche. Sembra più produttivo confrontarsi con se stessi, con gli andamenti degli anni precedenti, collegare i risultati a processi effettivamente attivati, decidere di cambiare sulla base dell'evidenza dei dati. Per ottenere risultati duraturi occorre assumere un approccio riflessivo, diacronico, che segue un fenomeno nel tempo (l'istruzione non è un blitz mordi e fuggi!).

Sull'uso dei dati − Molte ricerche segnalano che la pubblicazione secca dei dati sugli apprendimenti degli alunni potrebbe produrre "turbativa" nelle dinamiche delle iscrizioni. Rischia di aumentare il divario sociale tra le scuole e gli stessi risultati tendono a polarizzarsi (scuole migliori vs scuole peggiori) per effetto della maggiore stratificazione sociale dell'utenza. 



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