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SCUOLA/ La ricetta di Confindustria parte dal basso e batte il piano Renzi

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Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria (Infophoto)  Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria (Infophoto)

Se il titolo recita "assumere tutti i docenti di cui la buona scuola ha bisogno" il contenuto smentisce le premesse, o quantomeno costituisce un brillante esempio di quel wishful thinking (pio desiderio, per chi non possegga quella conoscenza basica dell'inglese che si fa ancora desiderare nella nostra scuola) che caratterizza molte delle politiche educative non solo recenti. La buona scuola è una scuola che opera in base ad un progetto, non una scuola governata dal caso, come rileva nell'introduzione il documento di Confindustria, e un progetto si costruisce con docenti – e dirigenti – qualificati, motivati e scelti dalle scuole in base ai propri obiettivi educativi, e non assunti solo perché sono in coda. Tra l'altro, la maggior parte delle ricerche dimostra che più lunga è l'attesa, più diminuisce la motivazione. 

E' certamente possibile usare la scuola come serbatoio per l'impiego dei laureati disoccupati, controllando le tensioni sociali, ed è stato fatto in passato: ma per costruire la buona scuola non si parte dagli insegnanti di cui si dispone riciclandoli in qualche modo (grazie, bisogna dirlo, alla disponibilità della maggior parte di loro) con una tecnica che Lévi-Strauss definirebbe di  bricolage, ma al contrario si deve decidere di quali e quanti insegnanti la scuola ha bisogno, formandoli adeguatamente e dando loro un contratto di lavoro che li incentivi a migliorare. 

Dopo aver criticato l'eccessivo spazio lasciato alla "questione" insegnante dal documento sulla Buona Scuola, e in parte anche da L'Education per la crescita, ho commesso lo stesso errore ed ho occupato gran parte dello spazio parlandone io stessa. Del resto, è un punto cruciale, perché può esserci una buona scuola solo se ci sono dei buoni professori: anzi, con dei buoni professori, ogni scuola diventa prima o poi buona, tanto è vero che nonostante la normativa in Italia esistono molte buone scuole fatte da buoni docenti e dirigenti. Nonostante la normativa! Sarebbe meglio che lo fossero grazie alla normativa. 

Poiché ho giocato tutto il mio intervento sulla differenza degli stili, vorrei concludere paragonando due frasi: gli imprenditori si dichiarano disponibili a partecipare ad un percorso "che sarà necessariamente lungo e faticoso, ma necessario". Il governo propone co-design jams, barcamp o world cafés… Mi arrendo: quarant'anni di lavoro sulla scuola mi hanno lasciata impreparata. Prego i lettori del sussidiario di guardarmi con quel minimo di pietà che si riserva ai derelitti e ai marginali, tanto più che ho intenzione di chiedere ulteriore spazio per tornare su due temi che mi paiono cruciali: l'istruzione superiore e il settore paritario.



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COMMENTI
10/10/2014 - Riforme senza nemmeno i fichi secchi! (Vincenzo Pascuzzi)

Il Sole24Ore di oggi riferisce che, in sede di legge di stabilità, per il Miur i tagli saranno superiori agli investimenti. In questa situazione è ozioso e ingannevole parlare di riforma sia essa la c.d. “buona scuola”di Renzi e Giannini (confezionata nei soli mesi di luglio e agosto) o quella dei “100 punti” di Confindustria. Peraltro le due ipotesi di riforma non sono nemmeno tali, ma piuttosto solo documenti programmatici finalizzati a mera propaganda e a simulare momentanea attività, operosità, sollecitudine, interesse. Una riforma dovrebbe individuare ed indicare - chiaramente e in dettaglio - situazione di partenza e obiettivi finali, risorse, tempi, priorità, consensi, scelte, parametri di monitoraggio e di verifica: tutti aspetti che risultano assenti o carenti nelle due c.d. riforme, che perciò appaiono più come prolisse tracce di tema che svolgimenti dello stesso. Grottesca, infine, la “grande consultazione popolare” gestita dallo stesso Miur (giocatore e insieme arbitro e giudice di se stesso?!), secretata, chiaramente manovrabile e condizionabile.

 
10/10/2014 - mattoni .. mattoni .. e il disegno? (enrico maranzana)

“La buona scuola è una scuola che opera in base a un progetto, non una scuola governata dal caso” [bottom-up]. L’assenza della cultura della progettualità [Top-down] è il male profondo della scuola, è il campo in cui si contrappone la visione del legislatore a quella di chi opera nella scuola, Governo e Miur compresi. Progettare implica la scomposizione del problema in parti e, per ognuna, formalizzare il flusso informativo che le collega e le vincola. Nello specifico i raffinamenti sono: elencare le competenze generali che facilitano l’ingresso dei giovani nel sociale, individuare le capacità ad esse sottese, ideare modalità di convergenza degli insegnamenti verso i traguardi comuni. In questo ambito, a chiusura del processo di scomposizione, è da collocare il momento operativo: l’insegnamento. Non a caso la legge, a partire dal 1974, ha finalizzato il sistema scolastico alla formazione, all’educazione, all’istruzione. Il documento governativo, a pag. 71 rigetta il modello del legislatore: è enunciato il principio di distinzione tra potere di indirizzo e potere di gestione [fondamento dei decreti delegati] per banalizzarlo, appiattendolo sull’insegnamento [“ridisegnare al meglio gli organi collegiali”?]; l’azione del collegio dei docenti è sterilizzata: avrà la “esclusività della programmazione didattica” [Educazione/Formazione/Istruzione .. cestinati], attività sovrapposta alla libertà di insegnamento, garantita ai docenti.