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SCUOLA/ La ricetta di Confindustria parte dal basso e batte il piano Renzi

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Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria (Infophoto)  Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria (Infophoto)

I "cento punti" del documento L'education per la crescita presentato da Confindustria il 7 ottobre richiamano i "dodici punti" che riassumono le 126 pagine della "Buona Scuola" presentata dal governo lo scorso 3 settembre, e anche se il lavoro di Confindustria risale molto addietro nel tempo, e la quasi coincidenza è abbastanza casuale, un confronto è  inevitabile, a cominciare dalla grafica, sobria e tradizionale in un caso, sbarazzina e programmaticamente accattivante nell'altro. La procedura adottata dalle due parti in causa è profondamente diversa: per usare il linguaggio degli studiosi di organizzazione, nel primo caso è bottom up, e nel secondo top down. 

In altri termini, Confindustria ha proceduto raccogliendo le esperienze delle imprese e delle associazioni (riportate in quasi 140 pagine alla fine del testo), ed elaborando a partire da queste, in successione, un documento integrato dai pareri degli operatori, degli esperti, delle persone variamente coinvolte, fino ad arrivare ad una proposta passabilmente organica. Il governo ha lavorato elaborando con i suoi organi principali, il presidente del Consiglio e il ministro, che ringraziano i sottosegretari, i dirigenti, i presidi e tutte le persone che hanno partecipato ai "cantieri" (proprio quelli dove un tempo si costruivano le case di mattoni…), e ne hanno fatto una proposta sulla quale si è aperta la discussione sul web. 

Da un lato, si parte dai fatti, per frammentari e tentativi che siano, dall'altro dalle "analisi e riflessioni": ad esempio, si parla in astratto di "servizio civile per la scuola" citando la possibile presenza di dipendenti di azienda, mentre gli industriali di Udine citano "14 istituti con 1439 studenti che hanno partecipato a 37 incontri con 37 tecnici di 24 aziende su 17 argomenti diversi".  

Quanto alla consultazione del Miur e alle aspettative salvifiche che suscita, mi restano non poche perplessità: il ministro Giannini al convegno di martedì parlava di una grande partecipazione, fra questionari compilati e suggerimenti pervenuti, ma se saranno veramente molte decine di migliaia, da un lato non sarà facile farne un'analisi e tenerne conto in modo non episodico, e dall'altro si creeranno non pochi problemi. Se, poniamo, l'80 per cento dei contributi affermasse che il piano di assunzione dei 150mila precari è da cestinare, che cosa farebbe il Governo? Dovrebbe ammettere di avere scherzato o nel promettere le assunzioni o nel promettere di sentire i pareri di tutti. La "democrazia del web" oltre che una frase fatta può essere anche un rischio (mi limito a citare la consultazione sull'abolizione del valore legale del titolo di studio). 

Il modo in cui viene trattata la "questione insegnante" mi pare un altro indicatore della diversità di approcci (tra cui, sia chiaro, ciascuno può legittimamente scegliere quello che preferisce): il punto di partenza della Buona Scuola è la necessità di stabilizzare il corpo docente, pena l'impossibilità di realizzare politiche di formazione e miglioramento dell'insegnamento, mentre l'associazione degli imprenditori parte dall'affermazione che gli insegnanti e la dirigenza sono i "fattori chiave che fanno la differenza con riguardo alla qualità e all'efficacia dell'insegnamento", e quindi si dovrebbero evitare le "derive impiegatizie".



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COMMENTI
10/10/2014 - Riforme senza nemmeno i fichi secchi! (Vincenzo Pascuzzi)

Il Sole24Ore di oggi riferisce che, in sede di legge di stabilità, per il Miur i tagli saranno superiori agli investimenti. In questa situazione è ozioso e ingannevole parlare di riforma sia essa la c.d. “buona scuola”di Renzi e Giannini (confezionata nei soli mesi di luglio e agosto) o quella dei “100 punti” di Confindustria. Peraltro le due ipotesi di riforma non sono nemmeno tali, ma piuttosto solo documenti programmatici finalizzati a mera propaganda e a simulare momentanea attività, operosità, sollecitudine, interesse. Una riforma dovrebbe individuare ed indicare - chiaramente e in dettaglio - situazione di partenza e obiettivi finali, risorse, tempi, priorità, consensi, scelte, parametri di monitoraggio e di verifica: tutti aspetti che risultano assenti o carenti nelle due c.d. riforme, che perciò appaiono più come prolisse tracce di tema che svolgimenti dello stesso. Grottesca, infine, la “grande consultazione popolare” gestita dallo stesso Miur (giocatore e insieme arbitro e giudice di se stesso?!), secretata, chiaramente manovrabile e condizionabile.

 
10/10/2014 - mattoni .. mattoni .. e il disegno? (enrico maranzana)

“La buona scuola è una scuola che opera in base a un progetto, non una scuola governata dal caso” [bottom-up]. L’assenza della cultura della progettualità [Top-down] è il male profondo della scuola, è il campo in cui si contrappone la visione del legislatore a quella di chi opera nella scuola, Governo e Miur compresi. Progettare implica la scomposizione del problema in parti e, per ognuna, formalizzare il flusso informativo che le collega e le vincola. Nello specifico i raffinamenti sono: elencare le competenze generali che facilitano l’ingresso dei giovani nel sociale, individuare le capacità ad esse sottese, ideare modalità di convergenza degli insegnamenti verso i traguardi comuni. In questo ambito, a chiusura del processo di scomposizione, è da collocare il momento operativo: l’insegnamento. Non a caso la legge, a partire dal 1974, ha finalizzato il sistema scolastico alla formazione, all’educazione, all’istruzione. Il documento governativo, a pag. 71 rigetta il modello del legislatore: è enunciato il principio di distinzione tra potere di indirizzo e potere di gestione [fondamento dei decreti delegati] per banalizzarlo, appiattendolo sull’insegnamento [“ridisegnare al meglio gli organi collegiali”?]; l’azione del collegio dei docenti è sterilizzata: avrà la “esclusività della programmazione didattica” [Educazione/Formazione/Istruzione .. cestinati], attività sovrapposta alla libertà di insegnamento, garantita ai docenti.