BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Jonas, come salvare i giovani dall'utopia del mondo perfetto

Pubblicazione:

Una scena del film "The Giver"  Una scena del film "The Giver"

Intanto mi sembra che il nostro mondo non sia davvero così lontano da un mondo che cancella ogni memoria: credo anzi che proprio nella sovraesposizione alle sensazioni, alle esperienze, nella loro accelerazione la nostra civiltà non favorisca davvero un'esperienza della realtà, che è poi la capacità di dare un giudizio, di rischiare la propria libertà nel gesto compiuto o da compiere e non semplicemente provare le cose. Ecco: forse negare le esperienze, come in The giver, e moltiplicarle distruggendo qualsiasi criterio per giudicarle, come accade nel nostro mondo, sono due modi per cancellare memoria e libertà dal cuore dell'uomo.

Ho amato questo libro, questo grande romanzo di formazione, leggendolo con i miei alunni lo scorso anno scolastico: era l'appuntamento settimanale con le domande che si agitavano anche in loro, e mi ha consentito di non dovere dare risposte teoriche a quelle domande — chi le ha, poi? — ma di mostrare, di guardare insieme ai ragazzi una direzione, un orizzonte grandissimo dentro il quale siamo chiamati a vivere. Fuori da qualsiasi metafora o paragone, comunque Jonas è uno che vede finalmente come è fatta la realtà, grazie a un maestro: e ogni volta che mettiamo la realtà nelle mani e nel cuore di un ragazzo corriamo il rischio che diventi Jonas, che diventi un uomo che sceglie.

Che può, anzi deve, anche tradire il maestro. Ma crescere forse significa questo:  ricevere un dono e custodirlo nell'unico modo in cui è possibile farlo, cioè offrendolo, condividendolo con gli altri. The giver, tanto il libro quanto il film, hanno il potere di commuoverci mettendoci nel flusso vertiginoso di una storia che parla di noi, della nostra miseria e della nostra grandezza, dell'inferno o del paradiso che abbiamo la possibilità di creare con le nostre stesse mani. 

E allora, contro cosa o per che cosa dovremmo combattere noi? Farò come ho fatto con i miei alunni, lo lascio dire al libro, con una delle sue immagini finali, senza astrazioni, fronzoli e teorie: "(Jonas) sapeva che scintillavano di là dai vetri e dentro le stanze: erano – ne era sicuro – le luci rosse, azzurre e gialle che ammiccavano dai rami degli alberi, là dove le famiglie generavano e conservavano memorie, dove celebravano l'amore… All'improvviso seppe con assoluta, gioiosa certezza che laggiù, là davanti, lo stavano aspettando; e aspettavano anche il bambino. Per la prima volta udì qualcosa che – lo seppe senza ombra di dubbio – era musica".  

Se un posto così può esistere grazie agli uomini, non c'è un'altra cosa che noi dobbiamo fare se non fare in modo che uomini così esistano, tanto liberi da non confondersi sulla felicità; tanto grandi da imparare — da Dio?  — ad amare di più la nostra libertà che la nostra salvezza.



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.