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SCUOLA/ Se Renzi e Confindustria "dimenticano" il (vero) senso del lavoro

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Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria (Infophoto)  Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria (Infophoto)

Al lavoro si deve guardare come «un'occasione per sperimentare metodologie di apprendimento attive e interdisciplinari», nell'ottica dell'apprendimento lungo tutto l'arco della vita. Perciò Confindustria propone di introdurre «l'alternanza scuola-lavoro a tutti i livelli, rendendola obbligatoria negli ultimi 3 anni degli Istituti Tecnici ed estenderla di un anno negli Istituti Professionali innalzando il monte ore dedicato a 600 ore da distribuire nel triennio». E suggerisce anche di semplificare l'apprendistato, incentivare gli imprenditori che investono in formazione, promuovere maggiore reciprocità e collaborazione tra scuola e impresa, sia a livello secondario che terziario degli studi. In sostanza, chiede di «potenziare gli indirizzi più rispondenti alle priorità del Paese e alle vocazioni produttive territoriali», collegando la formazione con le politiche d'inserimento lavorativo in modo da garantire «alti livelli di occupazione per i giovani»

Secondo Confindustria ciò si ottiene attraverso l'impostazione di programmi di apprendimento basati su «chiari indicatori di performance concordati con le imprese». Per sostenere questo percorso propone un grande "Piano di orientamento Nazionale attivo" che, fin dalle «scuole elementari», riservi obbligatoriamente un certo numero di ore alla illustrazione dei percorsi formativi così identificati — con particolare riferimento a quelli tecnico-scientifici — e dei successivi sbocchi professionali nel mondo del lavoro. Accanto, «un Piano Nazionale di comunicazione che presenti lo stretto collegamento tra scuola e sviluppo economico, sbocchi e prospettive professionali»

Non molto diversa l'impostazione del documento governativo sul rapporto scuola-lavoro quanto ad analisi (grave disallineamento tra formazione e occupabilità), finalizzazione dei percorsi (orientamento per l'occupazione), metodologia di approccio (le varie tipologie dei percorsi) e proposte operative (perfino lo stesso numero di ore obbligatorie di alternanza, 600, per Tecnici e Professionali; con i licei sempre inspiegabilmente fuori…). Diversa la strategia, laddove è la scuola a chiedere alle imprese interventi in termini di risorse strumentali e finanziamenti. Per entrambi, l'apprendimento, attraverso stage e tirocini piuttosto che in alternanza, è visto in modo strumentale: la scuola interpella il mondo del lavoro per la sua capacità di "far fare esperienza", o al più di fornire "orientamento"; l'impresa si rivolge alla scuola per conquistare spazi in termini formativi e di indirizzo. Entrambi perseguono la costruzione di percorsi volti ad aumentare la riuscita sul piano occupazionale delle giovani generazioni, ma si limitano a questo pur condivisibile obiettivo.

 Fondamentale che nel rapporto col mondo del lavoro la scuola possa giocare un'autonomia vera, sia nella progettazione che nella conduzione dei percorsi. Ma c'è un aspetto più profondo ed essenziale, spesso sottovalutato se non addirittura ignorato da entrambe le parti: la cultura del mondo del lavoro ha una profonda valenza educativa, capace di trasformare l'apprendimento degli allievi e risvegliare le loro speranze per il futuro. Riconoscere e sostenere questo livello di coscienza da parte dei due "attori" costituisce la reale garanzia di riuscita per qualunque percorso venga avviato.



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