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SCUOLA/ La domanda alla quale Confindustria non risponde

Pubblicazione:

L'indimenticabile Marty Feldman. Confusione sui fini? (Immagine d'archivio)  L'indimenticabile Marty Feldman. Confusione sui fini? (Immagine d'archivio)

Da un certo punto di vista, queste affermazioni non meravigliano. Se c'è qualcosa su cui Confindustria può (anzi, deve) essere competente, ciò è la connessione tra scuola, università e industria, ed è dunque perfettamente coerente che le proposte avanzate riguardino questo aspetto specifico. Ciò è encomiabile e degno di ogni attenzione, tanto più quando si considera la crisi della formazione professionale in Italia, la quale merita migliore attenzione e maggiore realismo. Sarebbe anzi bello che riflessioni analoghe venissero, specialmente per una nazione come l'Italia, anche da Confartigianato e da Confagricoltura. Il problema è che in tutto il documento non si fa mai neppure lontanamente allusione al fatto che la formazione al lavoro è un aspetto specifico tra molti altri. Anzi, pare purtroppo evidente che gli estensori pensino che essa è l'unica finalità dell'istruzione. 

Le prove sono almeno due. La prima, indiziaria, è il carattere pervasivo del documento: a partire dal rapporto tra scuola, università e industria le cinquanta pagine avanzano proposte praticamente su tutto, senza mai usare quel pizzico di esitazione che testimonierebbe la consapevolezza di un contesto più ampio. Un piccolo esempio: viene proposta l'abbreviazione di un anno del ciclo scolastico (è la proposta numero 3). Ora, quale ne sia l'utilità sperata rispetto all'inserimento nel lavoro è ovvio: si entrerebbe nell'industria appunto un anno prima. Ma se ciò in generale sia vantaggioso è tutto da discutere, se appunto al sistema educativo si riconoscono finalità più ampie. Appellarsi ai «più avanzati sistemi educativi europei» non serve in questo caso a nulla (fa sospettare anzi uno sguardo un po' provinciale: sono forse ignoti agli estensori i gravi problemi educativi dell'Europa più sviluppata? basta un test Pisa per giudicare la salute di un sistema di istruzione? vogliamo parlare della piaga dell'illettrisme in Francia? E così via).

Un esempio più importante merita qualche parola in più. Il lettore appena avveduto de Le 100 proposte resta sorpreso di fronte alle non poche pagine che entrano a gamba tesa in temi strettamente pedagogici: pagine piene di affermazioni fumose sulle «connessioni tra discipline, tra bacini di informazioni, tra documenti ed esperienze», sul docente come «pianificatore della costruzione della conoscenza», sullo spostamento del baricentro «dal mero insegnamento all'apprendimento e alla comprensione», sulla «didattica euristica» e così via. Tutte formule da cui è difficile estrarre un concetto chiaro e distinto, e quando ci si riesce esso pare o banale o sbagliato. Com'è possibile che Confindustria si avventuri disinvoltamente in un campo estraneo? L'unica ipotesi che viene in mente è questa: che gli orientamenti, o slogan, pedagogici siano stati scelti a seconda di quanto suonassero coerenti con l'idea secondo cui l'istruzione serva per «imparare a fare»: in questo senso la pedagogia non sarebbe affatto un campo «estraneo». Ma non significa questo che si pensa appunto che l'inserimento nell'industria è così esclusivamente fine dell'istruzione che l'intero stile di insegnamento vada riformulato per adattarvisi, pure a costo di trasformare l'educazione in addestramento? L'indizio non è di poco conto. 



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COMMENTI
29/10/2014 - Faccio dunque sono? (Emanuela Tangari)

Nel documento di Confindustria si parla di una «pericolosa dicotomia tra sapere e saper fare che cristallizza la separazione delle conoscenze». Sarebbe interessante capire qual è l’idea del «saper fare» e quanto abbia a che vedere con la realtà quotidiana e concreta dell’istruzione e dell’educazione. È davvero auspicabile saper fare, ma ciò che viene proposto / sostituito possiede i presupposti per insegnare e imparare davvero a fare? E prima della cristallizzazione delle conoscenze separate non è più urgente la cristallizzazione della vita separata e separata dal lavoro, anche quando il lavoro si sa fare (e forse *tanto più il lavoro si sa fare, ma non si sa perché*)? Per questo rispondere alla domanda «stiamo facendo tutto ciò, ma perché?» e considerare che «si studia essenzialmente per diventare uomini» paiono osservazioni non soltanto molto belle (e di cui, nell’happy hour delle *istruzioni per l’uso*, abbiamo certo bisogno) ma anche lavorativamente necessarie, perché dinamicamente, creativamente — e quindi economicamente — produttive.

 
28/10/2014 - miopia (enrico maranzana)

E’ proprio vero, l’assenza d’una visione d’insieme vizia il documento confindustriale: anche LA BUONA SCUOLA ne è sofferente. Passando in rassegna i commenti e i suggerimenti apparsi sul sito per la consultazione popolare del documento governativo se ne ha una lampante conferma. Un male profondo, generalizzato, origine dell’indisponibilità al cambiamento e all’accettazione della cultura contemporanea .. barriere erette per difendere l’ordinario trantran. In rete “Anche la CONFINDUSTRIA è stata ammaliata dalla sirena scuola” legge il documento per evidenziarne la mancanza di strategia.