BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ La domanda alla quale Confindustria non risponde

Pubblicazione:

L'indimenticabile Marty Feldman. Confusione sui fini? (Immagine d'archivio)  L'indimenticabile Marty Feldman. Confusione sui fini? (Immagine d'archivio)

C'è però una seconda prova ahimè decisiva: la disistima degli estensori del documento per ciò che non appare finalizzato al lavoro nell'industria. Ciò è evidente quando s'invoca esplicitamente l'«innovazione». Un suo aspetto qualificante è, secondo Confindustria, lo spodestamento delle discipline umanistiche: «L'innovazione didattica è fondamentale per il miglioramento del sistema educativo. Il modello curriculare italiano, basato su un impianto sostanzialmente disciplinare e su una concezione gerarchica dei saperi, che privilegia le discipline umanistiche a scapito di quelle scientifiche, è sfociato in una pericolosa dicotomia tra sapere e saper fare che cristallizza la separazione delle conoscenze» (p. 47). 

Bisogna riconoscere che l'osservazione centrale è corretta: nel sistema dell'istruzione italiano c'è (perlomeno in tracce) un'idea della gerarchia dei saperi, ed è anche vero che la formazione umanistica (in forma almeno residuale) vi mantiene una sorta di primato ideale. Si tratta di osservazioni che rimangono vere anche nell'attuale fortissima crisi della formazione umanistica: dal punto di vista di Confindustria, la desertificazione dei licei classici non è dunque un trofeo sufficiente, perché ad essa andrebbe accompagnato lo scardinamento della logica che informa la scuola italiana (e in parte residua ancora l'università): l'idea cioè che si studia essenzialmente per diventare uomini, e che questa è la cosa più importante, sotto la quale soltanto ha senso acquisire le conoscenze che permettono di svolgere un lavoro per sé e per la comunità. In effetti, in tutto il documento di Confindustria manca qualsiasi riferimento a valori umani diversi da quelli imprenditoriali e professionali: e questo agli occhi di chi scrive basta e avanza per rendere irricevibile una proposta generale sulla scuola e l'università.

Dispiace dover dire queste cose con durezza, ma la posta in gioco è così grande che la cortesia e le sfumature vanno riservate ad altra occasione. Il punto non è che l'Italia è piena di beni culturali e che dunque studiare arte e letteratura è un ottimo investimento (il che è ovviamente vero). Il punto non è che senza una prospettiva umanistica le stesse scienze e pure le tecniche si afflosciano come un soufflé mal riuscito (il che è vero, come è vero l'inverso: basta conoscere un briciolo di storia della scienza e della cultura per saperlo). Il punto non è che le competenze generali che le aziende desiderano di più nei neoassunti sono quelle umanistiche, a partire dalla padronanza della lingua italiana (il che è vero: si veda il rapporto McKinsey Studio ergo Lavoro, p. 22). Il punto non è neppure che lo sviluppo economico è legato a doppio filo allo studio generalizzato di letteratura, filosofia, storia, arte (il che è vero: lo ricordava da ultimo anche il premio Nobel per l'economia Edmund S. Phelps in un bell'articolo del 2 settembre scorso, smentendo il mito secondo cui è la mancanza di laureati in maniere tecnico-scientifiche che rallenta lo sviluppo economico).  



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >


COMMENTI
29/10/2014 - Faccio dunque sono? (Emanuela Tangari)

Nel documento di Confindustria si parla di una «pericolosa dicotomia tra sapere e saper fare che cristallizza la separazione delle conoscenze». Sarebbe interessante capire qual è l’idea del «saper fare» e quanto abbia a che vedere con la realtà quotidiana e concreta dell’istruzione e dell’educazione. È davvero auspicabile saper fare, ma ciò che viene proposto / sostituito possiede i presupposti per insegnare e imparare davvero a fare? E prima della cristallizzazione delle conoscenze separate non è più urgente la cristallizzazione della vita separata e separata dal lavoro, anche quando il lavoro si sa fare (e forse *tanto più il lavoro si sa fare, ma non si sa perché*)? Per questo rispondere alla domanda «stiamo facendo tutto ciò, ma perché?» e considerare che «si studia essenzialmente per diventare uomini» paiono osservazioni non soltanto molto belle (e di cui, nell’happy hour delle *istruzioni per l’uso*, abbiamo certo bisogno) ma anche lavorativamente necessarie, perché dinamicamente, creativamente — e quindi economicamente — produttive.

 
28/10/2014 - miopia (enrico maranzana)

E’ proprio vero, l’assenza d’una visione d’insieme vizia il documento confindustriale: anche LA BUONA SCUOLA ne è sofferente. Passando in rassegna i commenti e i suggerimenti apparsi sul sito per la consultazione popolare del documento governativo se ne ha una lampante conferma. Un male profondo, generalizzato, origine dell’indisponibilità al cambiamento e all’accettazione della cultura contemporanea .. barriere erette per difendere l’ordinario trantran. In rete “Anche la CONFINDUSTRIA è stata ammaliata dalla sirena scuola” legge il documento per evidenziarne la mancanza di strategia.