BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ La domanda alla quale Confindustria non risponde

Pubblicazione:

L'indimenticabile Marty Feldman. Confusione sui fini? (Immagine d'archivio)  L'indimenticabile Marty Feldman. Confusione sui fini? (Immagine d'archivio)

Queste cose sono tutte vere, ma non sono quelle decisive. Il motivo decisivo per cui le discipline umanistiche sono essenziali è perché attraverso di esse avviene una formazione della vita umana che non è funzionale a nient'altro, e soprattutto non alla produzione in un'industria. Non si tratta di rivendicare un'ipotetica superiorità di alcune discipline a danno di altre (spero di non essere oggetto di questo fraintendimento dopo aver preso pubblicamente posizione a favore di uno studio serio dell'informatica e delle lingue straniere): si tratta solo di ricordare qual è l'insostituibile compito di uno studio che altrimenti farebbe certamente meglio a scomparire.

Bisogna essere molto distratti per non percepire quanto questo problema sia radicale, e oggi più urgente che in altri tempi. I bambini, i ragazzi e i giovani certo desiderano, o sognano, un bellissimo lavoro che dia loro soddisfazione: ma questo desiderio è sempre all'interno di una domanda più radicale sul senso della loro vita (quella domanda che quando fallisce trascina con sé l'esistenza intera: il suicidio, diretto o sotto forma di sprezzo del pericolo, è la prima causa di morte dei giovani). Ed esattamente l'insieme di queste domande e delle loro risposte crea lo spirito di una civiltà e alimenta una vita sociale, che non si riduce alle comodità della divisione del lavoro. Il motivo diretto per cui una nazione cura l'istruzione pubblica non è dunque affatto lo sviluppo economico o l'«occupabilità» nelle industrie o anche la creazione di «capitale cognitivo»: il motivo è che solo attraverso l'istruzione si formano quella storia e quei valori che permettono la vita comune e dànno ad una persona motivi per vivere (lo fanno le religioni, lo fanno i rapporti famigliari, ma lo fanno in maniera insostituibile anche scuola e università). Solo attraverso l'istruzione i valori condivisi possono essere liberamente assunti, criticati, trasformati. Solo l'istruzione permette un incontro con altre culture e civiltà che sia contemporaneamente critico e accogliente. Solo grazie all'istruzione si possono mettere in questione non soltanto i mezzi, ma anche gli scopi, e dunque ci si può ogni tanto fermare a chiedere: «stiamo facendo tutto ciò, ma perché?» (C'è bisogno di ricordare quanto ciò sia importante per il mondo dell'economia e della finanza nelle loro odierne lancinanti crisi, che non sono dovute certo a difetto di «competenze»?)

È l'istruzione in generale che ha questo scopo? Certamente, ma è nella formazione umanistica che queste domande non sono digressioni, ma temi, temi da studiare con rigore e passione, temi che permettono di essere liberi: discipline «liberali» dicevano i latini e dicono ancor oggi gli anglofoni. Lo ha capito perfettamente Abu Bakr al-Baghdadi, l'autoproclamato califfo dello «Stato islamico», che nel mese di agosto ha emesso le «Istruzioni generali per tutte le istituzioni educative e formative», in cui il primo dei dodici articoli così recita:  



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >


COMMENTI
29/10/2014 - Faccio dunque sono? (Emanuela Tangari)

Nel documento di Confindustria si parla di una «pericolosa dicotomia tra sapere e saper fare che cristallizza la separazione delle conoscenze». Sarebbe interessante capire qual è l’idea del «saper fare» e quanto abbia a che vedere con la realtà quotidiana e concreta dell’istruzione e dell’educazione. È davvero auspicabile saper fare, ma ciò che viene proposto / sostituito possiede i presupposti per insegnare e imparare davvero a fare? E prima della cristallizzazione delle conoscenze separate non è più urgente la cristallizzazione della vita separata e separata dal lavoro, anche quando il lavoro si sa fare (e forse *tanto più il lavoro si sa fare, ma non si sa perché*)? Per questo rispondere alla domanda «stiamo facendo tutto ciò, ma perché?» e considerare che «si studia essenzialmente per diventare uomini» paiono osservazioni non soltanto molto belle (e di cui, nell’happy hour delle *istruzioni per l’uso*, abbiamo certo bisogno) ma anche lavorativamente necessarie, perché dinamicamente, creativamente — e quindi economicamente — produttive.

 
28/10/2014 - miopia (enrico maranzana)

E’ proprio vero, l’assenza d’una visione d’insieme vizia il documento confindustriale: anche LA BUONA SCUOLA ne è sofferente. Passando in rassegna i commenti e i suggerimenti apparsi sul sito per la consultazione popolare del documento governativo se ne ha una lampante conferma. Un male profondo, generalizzato, origine dell’indisponibilità al cambiamento e all’accettazione della cultura contemporanea .. barriere erette per difendere l’ordinario trantran. In rete “Anche la CONFINDUSTRIA è stata ammaliata dalla sirena scuola” legge il documento per evidenziarne la mancanza di strategia.