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SCUOLA/ La domanda alla quale Confindustria non risponde

Pubblicazione:

L'indimenticabile Marty Feldman. Confusione sui fini? (Immagine d'archivio)  L'indimenticabile Marty Feldman. Confusione sui fini? (Immagine d'archivio)

La recente pubblicazione del rapporto L'education per la crescita. Le 100 proposte di Confindustria è da salutare con soddisfazione, perché costituisce un importante contributo alla discussione sul futuro della scuola e dell'università italiane. Certamente una risposta dettagliata va oltre i limiti di un breve commento, essendo la gamma delle proposte così ampia (benché a volte, a dire il vero, esse si limitino ad una richiesta di «riforma» che può significare tutto e il suo contrario). Anche poche pagine sono tuttavia sufficienti per porre una domanda fondamentale che, se non andiamo errati, nel documento di Confindustria non riceve risposta, o, per essere più sinceri, ne riceve una implicita e però sbagliata. La domanda è: qual è lo scopo della scuola e dell'università?

Una risposta esplicita, ripetiamolo, non c'è. Dopo la prefazione, le prime tre sezioni in cui è diviso il documento indicano i princìpi generali a cui si ispirano le proposte, a partire da una rapida diagnosi della situazione del sistema dell'istruzione italiano, mentre le altre cinque suddividono le cento proposte in aree di applicazione. Una lunghissima appendice (che da sola occupa tre quarti del documento) è dedicata poi a presentare i progetti di natura formativa in cui la Confindustria è attualmente coinvolta. Le prime pagine sembrerebbero le più promettenti: ma neppure in esse c'è una risposta chiara alla domanda sullo scopo dell'istruzione. Dobbiamo allora cercare di ricavarla implicitamente. 

Ciò in realtà non è difficile, perché molte volte si parla della finalità delle proposte avanzate. Per esempio nella prefazione si tratteggia così la formazione che viene desiderata: «una formazione aperta e costruita sulle competenze che possa contribuire all'occupabilità dei giovani, alla produttività delle imprese, alla rinascita dell'economia e della società italiana» (p. 5). Poco oltre viene presentata la necessità di connessione tra istruzione e società: «In una società sempre più frammentata, scuola e università devono tornare a rappresentare un punto di riferimento per le comunità, le città e i territori. Non impenetrabili torri d'avorio chiuse al mondo industriale come alla società civile, ma piazze aperte e capaci di contenere le istanze di un'Italia che ha bisogno di riscoprire la propria vocazione produttiva e formativa per ripartire» (p. 6). Ecco come nell'introduzione si parla dell'impegno che si assumono gli estensori: «è nostra responsabilità segnalare e cooperare con il sistema educativo per definire e costruire le competenze su cui è necessario investire allo scopo di garantire lo sviluppo industriale del Paese» (p. 15). Anche quando la prospettiva si allarga a considerazioni storiche o sociali, le affermazioni sono molto simili: «L'alleanza tra sapere, crescita economica, benessere ed equità assume valori più sfidanti [sic] di quelli che l'Italia affrontò nella seconda metà del Novecento, in un Paese da ricostruire materialmente e da far uscire con decisione dalla morsa dell'analfabetismo, per entrare nel novero delle civiltà industriali occidentali più dinamiche» (p. 11).



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COMMENTI
29/10/2014 - Faccio dunque sono? (Emanuela Tangari)

Nel documento di Confindustria si parla di una «pericolosa dicotomia tra sapere e saper fare che cristallizza la separazione delle conoscenze». Sarebbe interessante capire qual è l’idea del «saper fare» e quanto abbia a che vedere con la realtà quotidiana e concreta dell’istruzione e dell’educazione. È davvero auspicabile saper fare, ma ciò che viene proposto / sostituito possiede i presupposti per insegnare e imparare davvero a fare? E prima della cristallizzazione delle conoscenze separate non è più urgente la cristallizzazione della vita separata e separata dal lavoro, anche quando il lavoro si sa fare (e forse *tanto più il lavoro si sa fare, ma non si sa perché*)? Per questo rispondere alla domanda «stiamo facendo tutto ciò, ma perché?» e considerare che «si studia essenzialmente per diventare uomini» paiono osservazioni non soltanto molto belle (e di cui, nell’happy hour delle *istruzioni per l’uso*, abbiamo certo bisogno) ma anche lavorativamente necessarie, perché dinamicamente, creativamente — e quindi economicamente — produttive.

 
28/10/2014 - miopia (enrico maranzana)

E’ proprio vero, l’assenza d’una visione d’insieme vizia il documento confindustriale: anche LA BUONA SCUOLA ne è sofferente. Passando in rassegna i commenti e i suggerimenti apparsi sul sito per la consultazione popolare del documento governativo se ne ha una lampante conferma. Un male profondo, generalizzato, origine dell’indisponibilità al cambiamento e all’accettazione della cultura contemporanea .. barriere erette per difendere l’ordinario trantran. In rete “Anche la CONFINDUSTRIA è stata ammaliata dalla sirena scuola” legge il documento per evidenziarne la mancanza di strategia.