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UNIVERSITA'/ L'anomalia italiana che "sfugge" alle classifiche mondiali

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Questo non significa che le prime università nei ranking siano da buttare — tutt'altro, e sarebbe stupido pensarlo —, ma che forse il modello competitivo basato su questi ranking non dice tutto del valore che uno studente può trovare in un ateneo. 

Un esempio interessante in questo senso può venire proprio dall'università italiana. I nostri giornali italiani non mancano di sottolineare come le nostre università si trovino ogni anno tristemente lontane dalle parti alte di queste classifiche. E' possibile usare questi ranking e la valutazione in un'ottica di miglioramento del nostro sistema accademico? Chi imposta politiche che riguardano l'università non può non tenere conto di quello che esiste e di quali sono i punti di forza, oltre alle criticità, cercando con fatica di trovare i criteri di valutazione più adeguati, cose che per esempio in ranking così onnicomprensivi e vasti inevitabilmente rischiano di perdersi. In che modo infatti si possa mettere sullo stesso piano università che operano in contesti totalmente differenti per storia, economia, cultura, situazione politica resta un nodo assai problematico da approfondire, ed è fonte di discussione fra gli addetti a lavori.

Quello che non risulta chiaramente dai ranking (e il discorso dovrebbe essere trasferito a livello italiano, prendendo i primi ranking realizzati dell'Anvur) è il "valore medio" del prodotto dell'università: il laureato. Noi, da bravi provinciali italiani, possiamo continuare a pensare che altri sistemi accademici siano per noi inarrivabili, come per esempio quello anglosassone. Ma ci sono campi — per esempio le scienze naturali: fisica, matematica, le biotecnologie — nei quali i nostri laureati riescono molto bene a competere con tutti gli altri studenti, anche nel sistema anglosassone. Quindi gli italiani sembrano "giocarsela" alla pari con i più quotati colleghi inglesi, americani, ecc. 

Aprire gli occhi su questo aspetto, e cercare di valorizzarlo, cioè di trovare un modo perché emerga come punto qualificante in una valutazione competitiva con altre università, potrebbe essere una strada utile per fare crescere il sistema universitario italiano, magari favorendo sempre più la messa in rete di punti di eccellenza del nostro territorio. E — in ottica di un investimento sul positivo — difendere e sviluppare le best-practices didattico-formative già presenti nelle nostra università, per non lasciarle morire, condannando con esse lo sviluppo sul lungo periodo dell'università. Altrimenti dovremmo accettare in modo illogico un paradosso: quello di avere in alcuni settori università scadenti (secondo i ranking) che producono laureati eccellenti e in grado di competere con chiunque nel mondo.



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