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SCUOLA/ Ichino: autonomia finta e assunzioni senza merito, i veri mali del piano Renzi

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

Spendiamo poco in rapporto al Pil, ma spendiamo tanto in proporzione al numero degli studenti, certo non meno di altri Paesi facendo riferimento a questo secondo indicatore.

Ma perché il secondo indicatore dovrebbe essere più rilevante?
Perché è quello che meglio misura le risorse che il Paese destina ad ogni studente. Se ipoteticamente in Italia non ci fossero bambini, o ce ne fossero pochissimi, avrebbe senso che gran parte del Pil fosse devoluta alla scuola, quando voci di bilancio come sanità (per i molti anziani) e welfare chiedono più soldi? Ovviamente no. E infatti: il "relativamente poco'' che spendiamo per gli studenti è comunque tanto in relazione al loro numero, in un Paese a bassa natalità come il nostro.

Se le risorse per studente sono tante, perché non se ne vedono gli effetti?
Perché sebbene per ogni studente ci sia una spesa non inferiore a quella di altri paesi, i servizi effettivi che questo studente riceve non sono della qualità di quelli di altri paesi.

E perché i soldi che diamo alla scuola sono spesi male?
Perché le scuole non hanno autonomia. Una scuola veramente buona deve basarsi sull'autonomia decisionale, soprattutto per quel che riguarda la selezione e gestione delle risorse umane. Ma a questa autonomia deve accompagnarsi una valutazione che generi una struttura corretta di incentivi per chi dirige le scuole e chi in esse opera. Si può discutere su come questa valutazione debba essere fatta, ma il motivo per cui spendiamo male è che gestire dal centro un'azienda con un milione di dipendenti oggigiorno è una follia. E' un problema organizzativo.

Sotto questo punto di vista, quello dell'autonomia, cosa pensa del piano Renzi?
E' ambiguo, perché da un lato promette a chiare lettere — "ogni scuola dovrà avere la possibilità di schierare la squadra con cui giocare la partita dell'istruzione":  è davvero una definizione perfetta di autonomia — ma poi non mantiene, perché il Miur rimane l'unico a decidere (male) i giocatori. Se quello che dice il documento fosse realizzato fino in fondo sarebbe un'innovazione importantissima per la scuola italiana, e andrebbe nel senso delle proposte che ho fatto con Guido Tabellini in "Liberiamo la scuola": autonomia nel disegno dell'offerta formativa e nella gestione delle risorse umane, selezionate e retribuite in modo autonomo e indipendente dallo stato.

Prima ha parlato di inefficienza delle spesa. Può documentarlo?
La prova è sotto gli occhi di tutti: innanzitutto il reclutamento degli insegnanti e dei presidi, che sono la voce di costo più rilevante e al tempo stesso l'ingrediente più importante per una scuola che sia davvero "buona". Non c'è un concorso che funzioni e che finisca in tempi ragionevoli, non c'è un minimo di possibilità per una scuola di pianificare e programmare l'offerta formativa o di assumere chi davvero può aiutare a migliorare questa offerta. Nella situazione attuale i tempi di decisione su chi deve andare dove sono infiniti. 



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COMMENTI
09/10/2014 - Le bugie riscaldate della Gelmini (Vincenzo Pascuzzi)

“Spendiamo tanto o spendiamo poco? Spendiamo poco in rapporto al Pil, ma spendiamo tanto in proporzione al numero degli studenti, certo non meno di altri Paesi facendo riferimento a questo secondo indicatore”. Questa argomentazione dell’ottimo Andrea Ichino va rispettata come opinione personale atta a confortare e sostenere le sue convinzioni e conclusioni, ma non esiste – salvo adeguata prova contraria – come dato oggettivo (in qualche modo) ricavato da statistiche. Nella scuola italiana forse c’è un eccesso di burocrazia (organico, risorse, attività) che ovviamente costa ed ha riflessi sul costo per studente. Nel bilancio Miur confluiscono spese per attività di sostegno, irc, attività fisica che in altri Stati sono a carico di altri ministeri. Queste osservazioni furono evidenziate già nel 2008 per ribattere e replicare alle bugie della Gelmini propedeutiche alla sua sciagurata riforma (meno 8 mld, meno 140mila tra docenti e ata).

 
08/10/2014 - Solo pannicelli caldi (enrico maranzana)

Un’argomentazione che si sviluppa senza prestare l’attenzione dovuta alle regole in cui la scuola è immersa che, in parte, sono sovrapponibili agli indirizzi auspicati. “Se le scuola fossero autonome e libere di modificare il curricolo secondo le esigenze del territorio”: lo sono, dal 1974. “L’idea che i programmi di studio debbano essere decisi integralmente dal ministero è un’arretratezza pazzesca”. La legge, infatti, afferma che le conoscenze e le abilità sono gli strumenti per il conseguimento della finalità istituzionale: il governo del servizio scolastico e l’organizzazione delle risorse sono decentrate. Se il testo governativo fosse stato letto distinguendo il principale dall’accessorio, se la riflessione si fosse sviluppata a partire dalla mission della scuola il campo del problema non risulterebbe così confuso. Rimando in rete a “La scuola deve essere efficace, non buona” che mostra l’origine della crisi del servizio educativo: il modello disegnato dal legislatore non piace agli operatori scolastici che hanno fatto e fanno orecchie da mercante.