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SCUOLA/ Ichino: autonomia finta e assunzioni senza merito, i veri mali del piano Renzi

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

La consultazione pubblica sulla scuola è cominciata, e si fanno i conti su quanto debba andare alla scuola nella prossima legge di stabilità. Un miliardo, dice il ministro Giannini. Basterà a coprire la maxi assunzione di docenti voluta dal governo? Ma c'è un'altra contraddizione plateale, ed è quella tra l'assunzione ope legis di 150mila persone e i criteri di eccellenza ai quali si dovrebbe attenere la selezione del personale docente nella "Buona Scuola" pensata dal governo Renzi. Ieri la Giannini ha tentato di rispondere a questa critica in una intervista sul Sole 24 Ore, in verità senza molto successo. "Noi assumiamo tutti gli insegnanti di cui abbiamo bisogno per l'autonomia scolastica". Ma che nel documento Renzi l'autonomia — quella vera — manchi del tutto (non a parole, ma nei fatti) lo spiega Andrea Ichino, economista ed esperto di istruzione.

Professore, sul Sole di ieri il ministro Giannini ha difeso l'eccellenza dei nuovi assunti. Un punto assai controverso, non trova?
Sicuramente non c'era bisogno di un'assunzione così massiccia senza alcun controllo della qualità di chi entra stabilmente nella scuola. Ciò non vuol dire che non sia una buona idea assumere nuovi professori purché bravi, e ci sono senz'altro, tra questi 150mila, ottimi docenti che stanno facendo bene il loro lavoro. Il problema sta nel modo in cui l'operazione è stata fatta e nell'entità del numero.

Si spieghi.
A fronte di 50mila posti disponibili in organico vengono assunte 150mila persone e il governo deve spiegarci perché. Io avrei avuto dubbi anche sulla necessità di coprire 50mila posti, perché i dati Ocse ci dicono che in Italia il numero di professori per studente è in linea con i dati internazionali e certamente non inferiore. Di docenti ce n'erano già tanti e — purtroppo — pagati poco.

Molti hanno rilevato che su questo punto il documento Renzi è, per così dire, sbilanciato…
Senza girarci intorno: le 150mila assunzioni sono un'esigenza occupazionale, non di politica scolastica.

Ma in Italia i docenti sono tanti o sono pochi? Ognuno su questo dice la sua.
L'opinione comune è influenzata dal fatto che, non essendo i docenti, per ragioni di natura sindacale, distribuiti sul territorio in funzione delle esigenze, ci sono zone del paese con moltissimi professori o categorie di professori in sovrannumero, mentre altre zone sono deficitarie. E a fare rumore sono le classi pollaio, che però sono pochissime. I dati aggregati dell’Ocse, invece, parlano chiaro: se si prende il numero totale di insegnanti e lo si divide per il numero totale di studenti, il numero di insegnanti per studente è in linea con i dati europei.

Un altro nodo che sembra destinato a non trovare risposta è quello delle risorse. Spendiamo tanto o spendiamo poco?



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COMMENTI
09/10/2014 - Le bugie riscaldate della Gelmini (Vincenzo Pascuzzi)

“Spendiamo tanto o spendiamo poco? Spendiamo poco in rapporto al Pil, ma spendiamo tanto in proporzione al numero degli studenti, certo non meno di altri Paesi facendo riferimento a questo secondo indicatore”. Questa argomentazione dell’ottimo Andrea Ichino va rispettata come opinione personale atta a confortare e sostenere le sue convinzioni e conclusioni, ma non esiste – salvo adeguata prova contraria – come dato oggettivo (in qualche modo) ricavato da statistiche. Nella scuola italiana forse c’è un eccesso di burocrazia (organico, risorse, attività) che ovviamente costa ed ha riflessi sul costo per studente. Nel bilancio Miur confluiscono spese per attività di sostegno, irc, attività fisica che in altri Stati sono a carico di altri ministeri. Queste osservazioni furono evidenziate già nel 2008 per ribattere e replicare alle bugie della Gelmini propedeutiche alla sua sciagurata riforma (meno 8 mld, meno 140mila tra docenti e ata).

 
08/10/2014 - Solo pannicelli caldi (enrico maranzana)

Un’argomentazione che si sviluppa senza prestare l’attenzione dovuta alle regole in cui la scuola è immersa che, in parte, sono sovrapponibili agli indirizzi auspicati. “Se le scuola fossero autonome e libere di modificare il curricolo secondo le esigenze del territorio”: lo sono, dal 1974. “L’idea che i programmi di studio debbano essere decisi integralmente dal ministero è un’arretratezza pazzesca”. La legge, infatti, afferma che le conoscenze e le abilità sono gli strumenti per il conseguimento della finalità istituzionale: il governo del servizio scolastico e l’organizzazione delle risorse sono decentrate. Se il testo governativo fosse stato letto distinguendo il principale dall’accessorio, se la riflessione si fosse sviluppata a partire dalla mission della scuola il campo del problema non risulterebbe così confuso. Rimando in rete a “La scuola deve essere efficace, non buona” che mostra l’origine della crisi del servizio educativo: il modello disegnato dal legislatore non piace agli operatori scolastici che hanno fatto e fanno orecchie da mercante.