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SCUOLA/ Renzi, troppi buoni propositi smentiti dai fatti (e dal centralismo)

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

A pochi giorni dal termine della consultazione pubblica lanciata dal governo, Diesse — associazione di insegnanti legata alla Compagnia delle Opere — ha pubblicato sul suo sito una lunga e articolata analisi de La Buona Scuola, il testo in cui il governo formula le sue proposte per una scuola che serva al rilancio del Paese. Ne abbiamo parlato con il suo presidente, Tino Giardina.

Che giudizio vi siete fatti nell'insieme di questo documento?
Il documento del governo è certamente apprezzabile per avere tentato di mettere la scuola al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica. Occorre però anche chiedersi "perché" si vorrebbe una scuola che funzioni meglio, consapevoli dello scopo per cui si fanno le cose che si propongono. Una buona scuola, aperta, ricca di strumenti e didatticamente più moderna, dovrebbe realizzare l'incontro più libero e consapevole tra esseri umani, appassionati a sé e alla realtà, che trasmettono delle conoscenze e delle competenze attraverso il loro stesso essere. Da qui siamo partiti per commentare il testo governativo.

Qual è a vostro avviso la questione decisiva?
Il testo esordisce definendo il precariato come la grande emergenza. Il precariato è un problema, accanto alle questioni economiche, reale e serio, ma non è certo il primo. La questione decisiva è l'emergenza educativa. Sciogliere il nodo del precariato e delle modalità di assunzione può anche essere un modo per aggredire la questione, ma un attimo dopo bisogna mettere a tema la domanda: cosa fa veramente buona la scuola? Serve una "buona politica" che riparta da una idea di Stato realmente sussidiario, in grado di considerare l'intero sistema nazionale di istruzione abbattendo vecchi steccati ideologici, capace di valorizzare i fatti educativi in atto, di scommettere su una reale, integrale e anche valutata autonomia scolastica, di incentivare la professionalità dei docenti e delle loro libere aggregazioni.

Autonomia, professionalità dei docenti, loro libere aggregazioni: che cosa c'è dentro?
Il modello di scuola che più riteniamo adatto allo scopo fondamentale dell'istruzione non può prescindere dall'attuarsi di una reale autonomia scolastica; ogni istituto va reso veramente autonomo nella gestione del personale, nella gestione dei fondi, nella proposta educativa. Su questo tema il documento risente di un approccio ancora viziato da un centralismo anacronistico. Infatti, la logica dell'autonomia delle scuole rimane ancora solo quella di un'autonomia funzionale, mentre una trasformazione in chiave davvero sussidiaria del sistema scuola è ancora lontana.

Quanto agli insegnanti?
I docenti non sono impiegati, il cui ruolo è definito dalla somma delle attività che competono loro; ma professionisti, cioè soggetti che usano in modo autonomo e responsabile le competenze che hanno per raggiungere uno scopo e lo verificano continuamente. Per questo la formazione in servizio deve entrare a fare parte stabilmente del profilo professionale del docente. Una formazione che si rispetti, tuttavia, oltre che approfondimento di conoscenze e competenze, è anche ripresa di motivazioni all'insegnamento. 



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COMMENTI
12/11/2014 - Scegliere la piattaforma da cui osservare (enrico maranzana)

“La questione definitiva è l’emergenza educativa” che può essere affrontata a livello nazionale solamente se si condivide il lessico. E’ noto che il significato delle parole è contestuale e, in questo caso, la legge è l’ambito di definizione. L’educazione è un processo articolato che il legislatore ha scandito: 1) Il Consiglio di Circolo/di Istituto delibera “i criteri generali della programmazione educativa”; 2) Il Collegio dei docenti “Cura la programmazione dell’azione educativa”; 3) Il Consiglio di classe realizza il “coordinamento didattico e i rapporti interdisciplinari” per uniformare gli insegnamenti e orientarli verso i traguardi indicati dal Collegio. Adempimenti mai onorati: la gestione delle scuole, così come il testo governativo poggiano sugli insegnamenti, scoordinati. La visione sistemica è rifiutata: i consigli di istituto non hanno definito “gli indirizzi generali” esprimendoli sotto forma di competenze generali, i collegi dei docenti non hanno ideato e monitorato percorsi per promuovere le capacità richieste dai traguardi indicati dal consiglio, i consigli di classe non hanno indicato le modalità per indirizzare gli insegnamenti. Stando così le cose ha senso parlare di centralismo?