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SCUOLA/ Un prof: per farla "nuova", manca la parità (reale)

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Il ministro dell'Istruzione Stefania Giannini (Infophoto)  Il ministro dell'Istruzione Stefania Giannini (Infophoto)

Si tratta di una pratica che, a regime, taglierebbe ab origine la polemica che è infuriata sui commissari interni/esterni all'esame di Stato: tutti sanno che i voti in uscita in istituzioni scolastiche differenti, e in città o regioni diverse, sono incommensurabili. E già il mercato del lavoro e le università si muovono in questa direzione, facendosi beffe del voto finale e organizzando test e selezioni ancor prima che il percorso di istruzione superiore sia terminato. Che sia giunto, forse, il momento di abolire il valore legale del titolo di studio?

Ritornando comunque al capitolo terzo, mi sembra un punto qualificante per le istituzioni scolastiche poter autovalutare (almeno per ora) il proprio lavoro e mostrare a tutti i risultati raggiunti. Soprattutto se si legge tale capitolo in relazione con il punto 1 di pagina 119 (capitolo sei), quando gli estensori del documento La buona scuola affermano che «partendo da una porzione limitata, dobbiamo progressivamente vincolare gli investimenti all'effettivo miglioramento dei singoli istituti e al merito di chi lavora per produrlo».

Forse è finalmente arrivato il tempo di una vera libertà di educazione anche in Italia. Forse è finalmente giunta l'ora per lo Stato italiano di riconoscere il valore pubblico dell'istruzione (statale e paritaria) e di decidere di finanziarne il tentativo a seconda del miglioramento dell'offerta formativa raggiunto. Forse si può finalmente smettere di destinare le briciole della legge di stabilità al «finanziamento alle scuole non statali» (come riporta il ddl stabilità 2015) e iniziare a discutere di finanziamento alla scuola pubblica tout court.

Se così fosse (e me lo auguro vivamente, anche se le speranze sono ridotte al lumicino) sarebbe la più grande rivoluzione educativa che un governo in Italia avrebbe mai compiuto. Più della fine del precariato o della nuova carriera dei docenti. Più della riforma dei cicli o dell'esame di Stato. Si tratterebbe di riconoscere in modo definitivo e reale la libertà delle famiglie di educare, e far educare, i propri figli a parità di condizioni, anche economiche, secondo quel principio di sussidiarietà sancito dalla Costituzione e sempre disatteso. Mi auguro che il governo Renzi tenga fede a quanto scritto nel documento La buona scuola, non limitandosi alle sole assunzioni dei precari, pur importanti e auspicabili. È in gioco l'educazione dei nostri ragazzi e il futuro del nostro Paese.



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