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SCUOLA/ Un prof: per farla "nuova", manca la parità (reale)

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Il ministro dell'Istruzione Stefania Giannini (Infophoto)  Il ministro dell'Istruzione Stefania Giannini (Infophoto)

Caro direttore,
è giunto a conclusione il dibattito su La buona Scuola targata Renzi, frutto del documento pubblicato dal governo il 3 settembre scorso e in consultazione nel Paese fino a ieri. Mi è sembrata proprio questa la prima novità: si è tornati a parlare di scuola nella società civile e sono tornati innanzitutto a discuterne tutti i protagonisti, docenti, genitori, studenti, imprenditori, politici, cittadini… insieme e in modo costruttivo.

Ho deciso di scriverle perché vorrei inserirmi nel dibattito in corso sul suo giornale ripercorrendo i passaggi a mio avviso più significativi di questo documento e annotando alcune osservazioni e spunti di riflessione.

Innanzitutto la premessa: mi sembra particolarmente significativo che nella prima pagina si parli dell'istruzione come dell'«unica soluzione strutturale alla disoccupazione» e di «tornare a vivere l'istruzione e la formazione non come un capitolo di spesa della Pubblica Amministrazione, ma come un investimento di tutto il Paese su se stesso. Come la leva più efficace per tornare a crescere».

È vero, siamo tutti ormai abituati e un po' scettici di fronte ai roboanti e non sempre realizzati annunci renziani, soprattutto in un momento storico, almeno in Italia, in cui la fiducia nella politica è ai minimi termini; considero tuttavia significativo che finalmente anche nel nostro Paese ci si renda conto che il punto essenziale da cui ripartire in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo sia l'educazione delle nuove generazioni. E che questo passa anche attraverso una politica di investimenti reali e a lungo termine. Si tratta di un piccolo seme che fruttifica nel tempo, ma che è importante seminare per garantirsi il presente e il futuro. Certo, non si può dire che a tema nel documento sia l'educazione in quanto tale, piuttosto lo sono i meccanismi che permettono il funzionamento della macchina scolastica; ma è un primo passo verso quel cambio di mentalità auspicato a più riprese anche dal presidente Napolitano, ma quasi mai fattivamente perseguito.

1) Il primo aspetto sorprendente, che corrisponde al capitolo iniziale, riguarda le circa 150mila immissioni in ruolo annunciate per il prossimo settembre. La vera rivoluzione non riguarda solo l'abolizione del precariato quanto l'inizio di una vera e propria nuova era per la scuola statale, con una presenza di personale (definito organico funzionale o dell'autonomia) di gran lunga superiore al fabbisogno apparente e che dovrebbe permettere progettualità e investimenti completamente nuovi. Questo se le scuole, e i dirigenti scolastici, saranno in grado di utilizzare al meglio le risorse umane loro affidate. Saremo pronti? Si risolverà tutto nel gattopardesco immobilismo italiano? Staremo a vedere, ma oggi si può già dire che si tratta di una decisione positiva, spinta certamente dall'incombente sentenza della Corte di Giustizia europea del prossimo 26 novembre, ma che comunque nessun governo fino ad oggi aveva prospettato.



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