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SCUOLA/ "Torneranno i prati": Olmi aiuta i giovani a capire la guerra "nascosta"

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Ermanno Olmi  Ermanno Olmi

Basterebbe citare, per inquadrare il fenomeno, Thomas Mann quando scrive che "le radici spirituali di questa guerra che ha tutti i titoli per chiamarsi guerra tedesca affondano nel protestantesimo organico e storico della Germania; questa guerra rappresenta in sostanza una nuova esplosione, la più grandiosa forse, e molti credono l'ultima, dell'antichissima lotta dei tedeschi contro lo spirito dell'Occidente e della lotta dello spirito romano contro la pervicace Germania" (I pensieri sulla guerra. Settembre 1914).

E come non ricordare l'Appello al mondo della cultura dei 93 uomini di cultura tedeschi, promosso nell'ottobre '14 dal filologo classico Wilamowitz e comprendente nomi come quelli del biologo Ernst Haeckel, del fisico Max Planck, dello psicologo Wilhelm Wundt. Si sostiene, nell'appello, che "non è vero che sulla Germania ricade la responsabilità della guerra. Senza il militarismo tedesco la cultura tedesca sarebbe sradicata da un pezzo. L'esercito e il popolo tedesco sono una cosa sola". Parole che oggi fanno rabbrividire, ma che in altri modi e contesti furono sottoscritte da tutti i contendenti per la rispettiva parte. Magari forse non dall'Italia, che aveva sì un esercito, ma che alle soglie del conflitto pare contasse di più, per difendere il suolo nazionale e le sue coste, sullo sviluppo della Marina militare, sulla base dell'assunto per cui "per difendersi da una flotta, la migliore difesa è un'altra flotta".

Forse anche nel ridimensionamento dell'esercito sono da individuare i prodromi della fatale Caporetto italica che avrebbe segnato per tutta l'Intesa il decorso delle operazioni belliche. Che cosa stava accadendo? Bisognerebbe chiedersi se la guerra dei professori e dei letterati sia stata anche la guerra dei contadini, dei comuni lavoratori non ideologizzati, dei soldati semplici, oppure se questi non abbiano combattuto un'altra guerra che poco o nulla aveva a che spartire con la prima. La Grande Guerra fu all'inizio, prima della svolta del 1917, una guerra tra Stati che dalla fine del XIX secolo erano riusciti a compattare le loro economie e i loro confini, e ora miravano a compattare le masse al loro interno. E di che cosa era fatto il tessuto sociale di queste masse operaie, contadine, medio borghesi, prima del lavacro generazionale? Era fatto di fede cristiana e di ideali umanistici, di esigenze di pace, pane e lavoro, di qualcosa insomma che avrebbe dovuto unire i popoli anziché dividerli. Proprio il contrario dello spirito nazionalistico e conformante che poi prevalse al di là delle migliori intenzioni e si sovrappose a pur giuste istanze che non trovarono sbocco se non nella dialettica del nemico esterno/interno a cui contrapporsi.

In un certo modo la guerra dei professori e dei giovani poeti era diretta anche contro una parte del proprio paese, quella giudicata tradizionalista, pacifista, ancorata al passato, troppo dominata, in Italia, dalla giolittiana logica delle cose. La guerra dei figli contro i padri si incrociò inevitabilmente con gli egoismi nazionalistici e antiparlamentari, quindi antidemocratici.



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