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UNIVERSITA'/ Cosa prendere (e cosa no) del modello Usa

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Monzani — In generale penso che non si debba dimenticare il percorso di studi complessivo. Quello che già la scuola italiana offre è un'impostazione generale di più alto livello: si tende a essere molto esaustivi nei vari settori di conoscenza, dotando lo studente della capacità di contestualizzare le varie conoscenze, come diceva Luca. In America invece la cultura è più tecnica e settoriale. Un aspetto invece fondamentale che ho trovato nel percorso accademico italiano e che negli Stati Uniti manca completamente è la tesi di laurea: lunga, che permette di svolgere un vero lavoro di ricerca, consentendo di conoscere in profondità un argomento e di imparare cosa significhi fare ricerca. Infine sottolineerei l'idea di competizione più "sana" che si ha in Italia: anche da noi come in America c'è l'idea di competizione, ma è più facile lavorare insieme. In America c'è poco l'elemento sociale con i colleghi: quasi sempre chi ricerca passa la pausa pranzo da solo davanti allo schermo del pc. Questo è un modo inefficiente di lavorare. Gli americani sanno che i fisici italiani hanno un'ottima preparazione: quando ho fatto l'application per la posizione a Slac, il fatto di avere studiato in Italia è stato un grossissimo vantaggio, visto che alcuni dei colleghi venivano da una esperienza molto positiva di collaborazione con l'Infn durante l'esperimento BaBar.

Così come la formazione italiana può dare buoni "prodotti" per qualsiasi sistema universitario, cose ritenete utile importare dalle università americane nel sistema italiano?
Cottini — Del sistema americano importerei tre cose. La prima è la disponibilità a investire nelle infrastrutture del sapere — biblioteche virtuali online, biblioteche reali, sistema di prestito inter-bibliotecario, musei universitari — che rende possibile l'accesso immediato (e dunque il confronto diretto) a un numero illimitato di fonti. La seconda è la struttura competitiva dell'università: il suo confronto costante con il mercato, la costante ricerca di legami con altre istituzioni (attraverso premi, associazioni professionali, conferenze, collaborazioni, visiting professorships), la sua natura "arbitrata" che ti espone sempre al giudizio di qualcuno (nella pubblicazione di libri e articoli, nell'acquisizione di fondi, o nell'assunzione di nuovi colleghi, nell'assegnazione di posizioni a tempo indeterminato). La terza qualità dell'accademia americana è la sua dimensione interdisciplinare e la sua enfasi sulla formazione di un pensiero critico. In un mondo dove, attraverso il sistema bibliotecario, le informazioni sono facilmente reperibili, l'università punta tutto non sui dati in sé, ma sulla lettura critica e sulla flessibilità nello stabilire connessioni tra materie. In Italia ci si ferma purtroppo a uno studio enciclopedico e a un modello (hegeliano) di divisione iperdettagliata delle competenze e delle cattedre.

Monzani — Per me il fattore più stimolante nella ricerca scientifica negli Usa è la possibilità di cambiare linea di ricerca più volte nel corso della carriera: il movimento di scienziati fra campi limitrofi non è semplicemente tollerato, ma anzi incoraggiato, perché indispensabile alla circolazione di idee e competenze. 



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