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UNIVERSITA'/ Cosa prendere (e cosa no) del modello Usa

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Favorire l'accesso di eccellenze che possano provenire dalle migliori università del mondo non dovrebbe essere un'opzione, ma la regola di una università che vuole essere aperta, innovativa, tesa all'eccellenza della sua offerta formativa e di ricerca. A casa nostra sembra invece che accada il contrario. Ha destato scalpore la recente vicenda dei concorsi dell'Università del Salento (ripresa da Gianantonio Stella sul Corriere della Sera). Sostanzialmente si assegnerebbero più punti a chi ha insegnato in Italia, al di là del livello di eccellenza della sua carriera, rispetto a qualche professore che abbia avuto esperienza didattica all'estero. Tradotto significa che a Lecce si pensa che insegnare per qualche anno a Harvard o a Stanford pesi meno dell'insegnamento presso l'Università dell'Insubria.
Il punto interessante della vicenda è però a nostro modo di vedere un altro: ci sono innumerevoli studenti italiani che vanno all'estero, anche nelle migliori università del mondo, e riescono a fare carriera. Come dice Stella, e come abbiamo già riportato su queste pagine, questo dovrebbe essere innanzitutto riconosciuto: l'università italiana riesce ancora a formare eccellenze. Ma ci sono punti di contatto fra esperienza italiana e altri sistemi universitari più quotati del nostro? Per non fermarci al puro dibattito, vale la pena approfondire questo punto parlandone con due ex alunni della Statale di Milano che hanno fatto carriera nel mondo accademico americano: Luca Cottini e Maria Elena Monzani. Luca ha una laurea in lettere e attualmente è coordinatore del programma di Italian Studies a Villanova University, ha un master a Notre Dame, un PhD a Harvard e un periodo da professore alla McGill University, mentre Maria Elena è laureata in fisica, ha un dottorato all'Università degli Studi di Milano e all'Université Paris 7, è stata Postdoc presso la Columbia University di New York, e attualmente è Engineering Physicist presso lo Slac National Accelerator Laboratory di Menlo Park, California, e Science Operations Lead per il Large Area Telescope dell'osservatorio spaziale Fermi.
A entrambi chiediamo un approfondimento che permetta di cogliere pregi e difetti dei due sistemi di formazione: quello americano e quello italiano.

Innanzitutto, cosa non scambiereste della vostra formazione italiana con quello che vedete nelle quotatissime università americane?
Cottini — Il sistema italiano mi ha offerto due qualità molto preziose nel mio lavoro. La prima è la sistematicità (a volte anche enciclopedica) nell'osservare un problema nella sua completezza. Sistematicità e completezza significano per me un "orizzonte culturale" o un "contesto ragionato"  dove poter collocare ogni opera d'arte. La seconda qualità è la memoria. L'enfasi sull'apprendimento mnemonico (di poesie, date, eventi, fatti, eccetera) è la condizione per inter-legere le cose, per leggerle tutte insieme. Solo la memoria è in grado di connettere punti che altrimenti rimarrebbero scollegati. Questa disponibilità immediata di dati nel magazzino della propria mente sostiene una ricerca non solo all'inizio ma anche nel lungo termine. Detto questo, sia la sistematicità che la memoria, se rimangono fini a stesse, come purtroppo molto spesso capita, non generano che sclerosi intellettuale e idolatria culturale.



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