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SCUOLA/ Dare risposte o suscitare domande?

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Timoniere di Ulisse, Gruppo della Scilla (Immagine d'archivio)  Timoniere di Ulisse, Gruppo della Scilla (Immagine d'archivio)

Si parla spesso, come di un obiettivo formativo essenziale, dell'acquisizione di una pratica corretta di problem solving. Tuttavia la scuola non deve limitarsi a insegnare come risolvere dei problemi, proprio perché il primo modo per risolvere i problemi è imparare a porre le domande. Infatti molte volte noi non risolviamo i problemi perché non li vediamo — semplicemente non li vediamo —, cioè non siamo educati a domandare. Questo significa che, andando al nocciolo dell'esperienza, la prima questione per noi insegnanti non è appena quella di verificare se e quanto ciò che trasmettiamo o comunichiamo viene appreso dai nostri studenti (cosa che naturalmente deve starci molto a cuore), ma che cosa noi stessi, come insegnanti, impariamo insegnando. Vi sarà certamente capitata questa esperienza: che uno può anche insegnare da anni lo stesso programma, ma proponendolo ancora una volta è come se lo scoprisse, cioè si accorge che è una cosa che "gli piace", nel senso che ridesta il suo interesse. Allora questo è decisivo: che cosa io stesso imparo insegnando, che poi è anche l'unico modo per far imparare qualcun altro. Io posso insegnare veramente qualcosa mostrando come io la imparo. Posso comunicarla, quella cosa, non come uno che già la possiede — anche se naturalmente in qualche modo "ce l'ho già" rispetto all'alunno che non la sa e che io devo introdurre alla conoscenza —, ma mostrando come io sono al lavoro con essa, cioè come io la sto imparando.

Per questo, se vivere nella scuola è esercitare un rapporto con i ragazzi all'interno del quale si rende possibile una scoperta, e se quella scoperta ha una sua logica propria che è quella della domanda, allora è possibile che noi con i nostri alunni scopriamo quello che già sappiamo. Non vi sembri una contraddizione: è possibile mai scoprire quello che è addirittura già codificato nel programma ministeriale o nel manuale? Secondo me sì, anzi è l'unico modo per impararlo! Ma questo non per una retorica pedagogistica, ma perché — e questo è il secondo passo che vorrei fare con voi — questa logica del domandare o dell'imparare insegnando è, in qualche modo, un'esemplificazione straordinaria della struttura stessa della nostra esperienza del reale, quindi fa parte della struttura epistemologica del nostro insegnamento, in quanto ha a che fare con la struttura ontologica della nostra esperienza

In diversi casi, quando noi usiamo la parola "realtà", intendiamo qualcosa che è semplicemente là fuori, fuori di noi. In questo siamo veramente tutti eredi di Cartesio: la realtà è quello che sta all'esterno o al di là della nostra mente, e il problema diventa come riuscire mai ad entrare in rapporto con essa, se sia mai possibile gettare un ponte che colmi la distanza abissale tra la nostra coscienza e il mondo, tra l'io e le cose. E cioè, come possiamo riuscire a catturare questa cosa estranea che è il reale, come misurarla, imbrigliarla, com-prenderla negli schemi della nostra mente. Invece la parola "realtà" indica di per sé un rapporto: la realtà è rapporto, non appena nel senso di qualcosa di alieno a me, e con cui devo entrare in rapporto, ma come qualcosa che di per sé è già rapporto



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COMMENTI
25/11/2014 - commento (Francesco Guarnieri)

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