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SCUOLA/ Dare risposte o suscitare domande?

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Timoniere di Ulisse, Gruppo della Scilla (Immagine d'archivio)  Timoniere di Ulisse, Gruppo della Scilla (Immagine d'archivio)

Voglio dire: non c'è realtà senza il fatto che, in essa e con essa, sia già in gioco "io". Il che non significa — mi pare evidente — che io possa ridurre a me la presenza del reale, nella sua alterità e differenza rispetto ai miei schemi, ma che la realtà "è" in quanto mi si dà, o — usando la parola che emergeva dalla Bottega di matematica — "accade". Cosa vuol dire che la realtà accade? Non semplicemente che essa c'è come un dato irrelato, contro cui il nostro io va a "sbattere" (come pensavano i positivisti), ma che essa si manifesta nella sua verità perché in qualche modo mi tocca, chiede di me, fa nascere la mia domanda. 

La struttura elementare del domandare non è mai un esercizio astratto della nostra ragione, perché la domanda non è mai il punto zero, è sempre il punto zero virgola uno: infatti ci deve succedere qualcosa per poter domandare, altrimenti non ci verrebbe neanche in mente. Il nostro domandare è già una risposta al fatto che siamo toccati, che c'è un'urgenza della realtà rispetto al nostro io. 

Normalmente pensiamo il nostro io come una sfera separata, come la nostra "capsula interiore", e la realtà come ciò che sta al di fuori di essa: invece la realtà si manifesta perché è già in qualche modo accolta nello spazio di apertura della mia coscienza, della mia mente, della mia attenzione. Anche senza volerci impegnare in una tesi filosofica sul soggetto cosciente, e restando al solo livello percettivo o neuro-cognitivo, possiamo dire che l'io è uno spazio di accoglienza del dato.

La verità, cioè il significato ultimo delle cose, non è una cosa che ci inventiamo e appiccichiamo alla realtà, ma è il modo che la realtà ha di farsi scoprire da noi: insomma è l'«adaequatio intellectus et rei», come direbbe Tommaso d'Aquino, cioè un certo rapporto tra il dato e la mia apertura a esso. La mia apertura non crea il dato, la mia intelligenza non è creatrice del dato, perché il dato appunto mi è dato, e implica necessariamente una passività da parte mia. Ma l'attività della mia intelligenza è talmente rilevante, che anche un atteggiamento così minimale e fragile come il mio fare attenzione («fate attenzione!», «prestate attenzione!», «un po' di attenzione!», diciamo ai nostri studenti), cioè il decidere di dare spazio a qualcosa, è un'attività spirituale enorme. Infatti è quel punto in cui in qualche modo tu permetti alla realtà di raggiungerti e le dici: «Sì, ci sto. Mi stavi dicendo? Che cosa mi vuoi dire?». In quel momento nasce nell'esperienza il problema della verità: non qualcosa da aggiungere alla realtà ideologicamente (nel senso tecnico di questo termine, cioè come una mera costruzione della nostra mente), ma una disponibilità a capire il senso che la realtà mi porta. 

Senza la mia attenzione, senza la mia disponibilità a questo lavoro, è come se la realtà rimanesse muta, che è il modo con cui normalmente essa viene concepita nel nostro orizzonte culturale più condiviso. La realtà è muta, ma poi bisogna pure elaborare il suo senso, cioè il significato delle cose, altrimenti non si può vivere: e allora, di fronte a una realtà muta o ridotta a un meccanismo (fino a quel meccanismo particolare che viene evidenziato dalle neuroscienze attraverso le risonanze magnetiche funzionali, per cui a ogni nostro atto percettivo, cognitivo o volitivo corrisponde la registrazione di una motilità di alcune aree del nostro cervello) il significato sarebbe per così dire il prodotto di un'elaborazione culturale. 



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COMMENTI
25/11/2014 - commento (Francesco Guarnieri)

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