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SCUOLA/ Dare risposte o suscitare domande?

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Timoniere di Ulisse, Gruppo della Scilla (Immagine d'archivio)  Timoniere di Ulisse, Gruppo della Scilla (Immagine d'archivio)

A questo servirebbe la scuola: a produrre un sapere che sopperisca al mutismo dell'essere, della realtà. Tutt'altra cosa, invece, è impostare l'insegnamento e la conoscenza per scoprire che la realtà può attestare il suo significato nella misura in cui mi tocca e provoca in me delle domande (a partire dalle quali poi, naturalmente, parte tutto il lavoro inevitabile e necessario dell'elaborazione culturale). 

C'è un passaggio straordinario in un'opera di Agostino d'Ippona che sicuramente conoscerete, il De magistro (che potremmo tradurre anche come L'insegnante, inteso nel suo senso più impegnativo). Cito Agostino non scontatamente, come un'autorità universalmente conosciuta della nostra tradizione, ma per il tipo di esperienza che egli ha fatto e che ai miei occhi risulta, se così posso dire, di una vibrante modernità: qualcuno che ci precede, non perché stia alle nostre spalle, ma perché è davanti a noi e ci aspetta, come un invito da verificare. Ebbene, nel De magistro Agostino scrive una frase fulminante: «Forse che i maestri dichiarano che gli allievi devono apprendere e assimilare ciò che essi stessi, i maestri, pensano, piuttosto che le discipline che ritengono di dover trasmettere con le loro parole? E chi è così scioccamente bramoso del sapere, da mandare a scuola il proprio figlio perché apprenda ciò che pensa il maestro?». 

Insomma, i genitori mandano a scuola i figli perché essi imparino le opinioni dei professori, oppure perché riconoscano il problema che è in gioco, e cioè il senso e la verità delle cose? E come lo si impara? Vale a dire (che è l'altro lato della questione), come lo si insegna, cioè come lo si lascia imparare? Una volta che i maestri «hanno esposto con le loro parole tutte le discipline che dichiarano di insegnare», i discepoli arriveranno a considerare «in se stessi» (meglio ancora, «alla presenza di se stessi», «essendoci loro stessi in presenza»: apud semetipsos) «se ciò che è stato detto loro è vero», e lo faranno «intuendone la verità grazie alla loro interiore competenza» (interiorem scilicet illam veritatem pro viribus intuentes).

Filosoficamente Agostino risente qui indubbiamente di una concezione medioplatonica, che si riflette nella dottrina delle verità intelligibili presenti nella nostra anima, ma in questo momento ci interessa soprattutto il dato di esperienza che egli ci segnala e ci suggerisce. Agostino dice che quello che veramente gli alunni imparano è solo quello che scoprono e verificano nella loro coscienza e mediante la loro coscienza (cum vera dicta esse intus invenerint) in quanto lo sperimentano come corrispondente alla verità che è nel loro interno. In altri termini: ne fanno esperienza personale.

Quindi sembra che i discepoli assentano a ciò che dice loro il maestro (arrivando anche a lodarlo per questo), ma in realtà ciò a cui danno il loro assenso non è ciò che dice il maestro (e che loro capiscono subito dopo che il maestro l'ha detto), ma il fatto che ciò che dice il maestro ha permesso loro di venire fuori, di attivarsi. In qualche maniera quello che è stato detto loro li ha toccati e ha fatto nascere, magari in una frazione di secondo, un'attenzione, una domanda, un assenso — che è come dire alla realtà che mi raggiunge: «Cosa significhi?». Se non scatta nell'intimo del discente questa domanda, questo interesse, questa disponibilità, e quindi questo confronto tra ciò che viene dal di fuori e la verità che abita l'io, non avviene nessuna acquisizione di conoscenza. Questo carattere "interiore" della verità non vuol certo dire che noi sappiamo già a priori la soluzione dell'enigma della realtà, quanto piuttosto che l'enigma suscita tutta la nostra creatività nel domandare e nel (tentare di) riconoscere il vero.



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COMMENTI
25/11/2014 - commento (Francesco Guarnieri)

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