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SCUOLA/ Dare risposte o suscitare domande?

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Timoniere di Ulisse, Gruppo della Scilla (Immagine d'archivio)  Timoniere di Ulisse, Gruppo della Scilla (Immagine d'archivio)

Nel decimo libro delle Confessioni Agostino propone un'esemplificazione ancora più chiara di questo fenomeno. Il punto di partenza è la domanda posta dall'autore su dove egli possa trovare il suo Dio, vale a dire il significato ultimo di sé e del mondo, il logos. E allora egli comincia a chiedere alla terra e al mare, alle stelle e alla luna, a tutti gli esseri che ci circondano: «Siete voi? Siete voi?». E tutti gli rispondono. Ma come gli rispondono? Lui dice: «io li guardavo interrogandoli» (interrogatio mea intentio mea), «e loro mi rispondevano con la forma della loro bellezza» (et responsio eorum, species eorum).

La bellezza per Agostino non è un valore estetico, perché è l'ordine delle cose, la loro forma, il fatto che le cose hanno un ritmo, sono sensate: quindi la bellezza ha a che fare con il significato. Agostino si chiede come mai le cose sono e ci parlano con la loro bellezza, ma non tutti capiscono questa bellezza: perché — questa la sua risposta — la capiscono soltanto «coloro che sono capaci di fare domande» (possunt interrogare). Solo chi è capace di fare domande può capire che cosa la realtà gli dice. Infatti gli animali non la capiscono perché interrogare nequeunt, ossia non sanno porre questioni. Ma cosa vuol dire fare domande? Possedere una iudex ratio, «una ragione che giudica», perché fare domande vuol dire giudicare. Per noi giudicare significa normalmente risolvere la questione, avere la soluzione, mentre la logica del giudizio è proprio in questa possibilità di fare domande: che non vuol dire essere sempre sospesi, senza risposte, ma che la risposta è permanentemente qualche cosa che riapre la domanda, che devi continuamente riacquisire nel tuo percorso di conoscenza. 

Questo passo di Agostino permette di capire anche in che modo la prima parte del titolo del nostro incontro (vivere nella scuola) si leghi con la seconda (una sfida alla libertà). Agostino incalza: ma perché molte volte noi non riusciamo a percepire questa bellezza, cioè non riusciamo a esercitare la nostra ragione giudicante? Perché «gli uomini spesso hanno un amore asservito alle cose create e i servi non possono giudicare (subditi iudicare non possunt)». Cosa vuol dire che i servi non possono giudicare? Che per giudicare, per conoscere ci vuole libertà, bisogna essere liberi. Ma che tipo di libertà? È una libertà nella conoscenza, prima ancora di essere una libertà a livello morale: è una libertà intesa come un minimo di disponibilità ad accogliere l'urto delle cose, la presenza delle cose, una risposta al fatto che la realtà bussa alla porta della coscienza. I servi non sanno giudicare, non possono giudicare, perché ci vuole un minimo di distanza: non ci si può asservire alle cose. E quando ci si asserve? Quando si diventa schiavi delle cose? Quando l'amore umano diventa schiavo delle cose? Quando appunto l'io rinuncia al significato, e semplicemente utilizza le cose secondo ciò che ha nella sua testa, secondo le proiezioni della propria mente. 

Chiude Agostino: la realtà parla a tutti, ma solo alcuni riescono a capire quella bellezza. Educare a questa comprensione è il compito dell'insegnamento, e a mio modo di vedere non vale solo per quelli che insegnano e studiano filosofia, ma anche per quelli che — come diceva la nostra amica della Bottega dell'Infanzia — hanno il problema dei pannolini da cambiare, perché i bambini che hanno il pannolino (e non sto parlando della philosophy for children!) hanno una competenza di giudizio straordinaria: non dobbiamo dargliela noi, ce l'hanno strutturalmente, ed è quella che Cartesio chiamava la bona mens, il buon senso, la ragione naturale. 



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COMMENTI
25/11/2014 - commento (Francesco Guarnieri)

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