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SCUOLA/ Dare risposte o suscitare domande?

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Timoniere di Ulisse, Gruppo della Scilla (Immagine d'archivio)  Timoniere di Ulisse, Gruppo della Scilla (Immagine d'archivio)

Questo vale anche per chi non lo teorizza, vale come struttura del rapporto educativo. Chi ascolta la voce della realtà? «Per alcuni è muta, per altri parla, o meglio la realtà parla a tutti, ma la capiscono solo coloro che confrontano questa voce ricevuta dall'esterno con la verità nel loro interno (qui eius vocem acceptam foris intus cum veritate conferunt)», cioè quando si mette in moto l'io: è lì la scintilla del significato. 

Comunicare un significato non significa fornire un'idea bell'e pronta, ma riscoprirlo noi innanzitutto e permettere agli studenti di poter paragonare la voce ricevuta dall'esterno con la verità nel loro interno. Qui appunto si capisce come la ricerca del significato abbia come unica condizione questa libertà nel conoscere e dunque il domandare, che a volte ci sembra troppo poco, perché noi con le migliori intenzioni vorremmo dare delle risposte: e invece permettere delle domande ci sembra qualche cosa di ancora provvisorio, qualche cosa che, sì, è importante, ma solo come un primo step per arrivare poi a dare delle risposte conclusive. Ma ragionando così — parlo a me stesso innanzitutto — è come se uno dimenticasse che la risposta coincide con un luogo in cui è possibile fare delle domande, contrariamente a tutto quello che dice la cultura contemporanea, secondo cui avere una risposta vuol dire che finiscono le domande (anzi la risposta coinciderebbe con la cessazione della domanda, perché essa è stata risolta). Invece nell'esperienza si scopre che soltanto quando si intravede una risposta nella realtà, cioè quando si comincia ad accettare un dato, solo allora si comincia veramente a domandare, perché si vuol capire, si vuole andare sino in fondo. 

Quanto più emerge la realtà tanto più si intensificano le domande e questo può portare alla straordinaria conseguenza didattica per cui vale la pena studiare ancora Leopardi o studiare ancora il teorema di Pitagora. Perché studiarli ancora? Perché è come se quei contenuti ad ogni generazione aspettassero un "io", aspettassero me. L'Odissea, Achille o Enea, o il primo principio della termodinamica aspettano me per poter "riaccadere" nella loro verità. Non è che se non li spieghiamo in classe o se un anno li saltiamo non ci sono più l'Iliade o l'Eneide nella biblioteca dell'Istituto o cessano di essere validi i principî della termodinamica: ci sono sempre, ma tutti questi contenuti in qualche modo non sono solo contenuti da imparare, bensì qualche cosa che chiede della nostra attenzione per riaccadere. Soprattutto chiede della nostra domanda per farci capire la possibile sensatezza del mondo.

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COMMENTI
25/11/2014 - commento (Francesco Guarnieri)

Grazie!