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UNIVERSITA'/ Quando l'ideologia della trasparenza "uccide" i medici

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Questo ha generato cambi improvvisi di rotta in tanti partecipanti che pur di non rimanere a piedi (e d'altronde come dar torto in questo periodo?!) hanno preferito specializzazioni "vicine a casa", di fatto annullando tutto il valore di conoscenza maturato negli anni attraverso la frequenza in reparto, la tesi di laurea e la partecipazione a progetti di ricerca in un particolare settore della medicina.

Su questo punto infatti, se proprio si vuole un sistema nazionale, è necessario creare un sistema con una soglia e non con una classifica: lo Stato dovrebbe accertarsi di garantire l'idoneità dei vincitori, considerando idoneo colui che risponde in maniera adeguata ad un certo numero di domande (la soglia appunto), in modo che, non potendo garantire l'uniformità delle condizioni, si eviti almeno che uno studente di Palermo resti escluso perché in un altro punto d'Italia si sia facilmente passati al sistema della copiatura. Infatti, essendo una soglia, ciascuno "fa la gara solo con se stesso". L'idoneità che adesso si conferisce per l'esercizio della professione medica, ossia l'esame di Stato, può esserne un esempio. 

Inoltre, ed è l'aspetto che maggiormente colpisce quando si prendono determinate decisioni, è la non comprensione delle normali dinamiche dell'uomo da parte del legislatore nazionale. Il concorso nazionale infatti, presenta due lacune enormi sotto questo aspetto. La grande pecca di un test simile sta nella sua concezione. Pretendere che ragazzi, presumibilmente di un'età compresa tra i 25 e i 30 anni, debbano prendere armi e bagagli e spostarsi a oltre 1000 km dal luogo normale di vita, rappresenta il modo peggior per iniziare un normale rapporto di lavoro, tra datore di lavoro (lo Stato) e lavoratore (lo specializzando). L'uomo vive di relazioni umane, di un suo mondo vitale e se estirpato (in maniera non volontaria si intende) da quel mondo, fatica non poco ad essere "produttivo e bravo", anche e soprattutto in senso medico. Uno studente di Bologna che dovesse vincere a Palermo (o viceversa!), come affronterebbe tutto il lavoro, la settimana, lo stress, se poi (sarebbe ipotizzabile) vivesse attendendo soltanto di poter ritornare dove ha i legami cari (a quell'età è presumibile che molti abbiano una famiglia propria, una rete di relazioni stabili e ormai alquanto definite)? Questo aggraverebbe i costi, ridurrebbe l'efficienza e, anziché esser stimolato, il vincitore sarebbe gravato di altre difficoltà.

Inoltre, sempre in merito a questo, come si fa a non comprendere che un laureato che è stato 6 anni in una clinica universitaria, con quel determinato primario, porta con sè uno stock di conoscenza che va salvaguardato? Inserire nel team un altro (preso a caso dalla classifica) significa ripartire spesso da zero. Il lavoro in ospedale non è solo tecnico, è anche e soprattutto (come qualsiasi lavoro di squadra) un lavoro di relazione tra colleghi. Proprio a ragione di ciò, lo Stato dovrebbe solo dirci se quel ragazzo è idoneo a svolgere la professione, non se è idoneo a svolgerla in una determinata città. 



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