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SCUOLA/ "Gonzo", quel grumo di cellule che ha "incastrato" Meg

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Gonzo del Muppet Show (Immagine d'archivio)  Gonzo del Muppet Show (Immagine d'archivio)

Aspettando Gonzo è l'esempio di come si possa parlare di tutto ai ragazzi, senza censure e moralismi, ma anche senza scadere nel cinismo.

Meg aspetta un bimbo e la scelta di cosa fare non è automatica. Non è scontata nemmeno la reazione dei famigliari, delle persone vicine e più care. E una volta fatta una scelta non è affatto detto che diventi tutto facile; resta invece inalterata la drammaticità della situazione, resta la fatica, restano le paure. Incastrata si sente Meg. Incastrata perché sa che la sua giovinezza non potrà essere più la stessa, che tutto sarà necessariamente diverso. Non ci sono né campane né violini che suonano in questa storia, non ci sono soluzioni facili e predeterminate, c'è piuttosto la progressiva consapevolezza, non ingenua e anche sofferta, di una ragazza e della sua famiglia che decidono senza scontatezza per ciò che ritengono il meglio.

È un nome a fare la differenza. 

Chiamare le cose e le persone per nome le toglie dall'anonimato in cui a volte siamo tentati di buttarle, conferisce consistenza e dignità e valore.

Saper chiamare le cose con il loro nome, sembra dirci Cousins, è una virtù che aiuta a orientarsi, che permette di distinguere e discernere.

Buffo come in questa storia il nome decisivo sia proprio Gonzo, che dalle nostre parti è sinonimo di sciocco, ingenuotto. Ma forse va proprio così, di solito non sono gli intelligenti a salvarci la pelle.



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